Intervista a Raul Montanari – Professione scrittore 14

raul montanariL’ultimo romanzo di Raul Montanari, Il Regno degli amici, è una storia di iniziazione all’amore, agli aspetti controversi dell’amicizia, alla violenza – subita e inferta; ci conduce all’inizio degli anni ’80 a Milano, sul naviglio Martesana, dove un gruppo di ragazzini elegge a rifugio una dimora abbandonata: qui, in un crescendo di tensione, i protagonisti smarriranno la propria innocenza. Il Regno degli amici, opera avvincente e ben costruita, è la prima che Montanari pubblica con Einaudi Stile libero; i suoi ultimi romanzi erano usciti con Baldini & Castoldi (tra questi Chiudi gli occhi, L’esordiente, Il tempo dell’innocenza), ma suoi scritti figurano anche nei cataloghi di Feltrinelli, Rizzoli, Marcos y Marcos, Indiana.
Raul Montanari si è anche occupato di traduzioni da lingue classiche e moderne ed è docente di scrittura creativa.
Il suo sito internet è http://www.raulmontanari.it/.

Il Regno degli amici rientra a pieno titolo in quello che hai contribuito a definire come post-noir, ossia una narrazione in cui gli aspetti oscuri irrompono nella quotidianità di personaggi comuni: quanto c’è di torbido nell’adolescenza? Come nasce lo spunto narrativo di questo romanzo?
Come mi è già capitato di dire, l’adolescenza è un’occasione narrativa formidabile almeno per tre motivi.
Anzitutto è l’età in cui incontriamo noi stessi e la nostra identità. Potranno passare anni, decenni, ma il nocciolo essenziale della nostra identità, con il suo carico di paure, desideri, struggimenti, rimarrà sempre quello.
In secondo luogo l’adolescenza è la vera età filosofica, anzi direi metafisica. È l’età in cui ci poniamo le grandi domande sul destino, sul senso della vita, su Dio, sulla morte – tutte questioni su cui nell’infanzia non eravamo ancora in grado di riflettere, e che diventando adulti passeranno in secondo piano, perché saremo distratti e logorati dal quotidiano, dal lento lavoro implacabile delle minuzie della vita, come già osservava Heidegger.
Infine, l’adolescenza è il campo di battaglia fra l’amicizia e l’amore, i due modi fondamentali con cui ci mettiamo in relazione con gli altri quando usciamo dalla rete affettiva della famiglia. Prima incontriamo l’amicizia e creiamo con alcuni nostri coetanei a noi affini un gruppo che ha le sue ritualità e che si affida essenzialmente alla condivisione: tutto è di tutti. Quando arriva l’amore, e arriva proprio nell’adolescenza, impone una logica opposta: non più la condivisione ma l’esclusività, non più il gruppo ma il rapporto a due.
Non a caso il protagonista del romanzo, Demo, comincia a vedersi di nascosto con la quattordicenne Valli, che con la sua apparizione ha incantato tutti i membri del gruppo. Demo vive l’amore come una colpa, un tradimento verso gli altri, e proprio questi incontri clandestini preparano una svolta drammatica negli eventi raccontati.

il regno degli amici_raul montanariLa vicenda è raccontata in prima persona da uno dei protagonisti, ormai trentenne: questo genera insieme immedesimazione e un parziale distacco, consentendoti di disseminare alcuni indizi di quanto accadrà. È stata una soluzione che avevi ponderato sin dall’inizio?
Certo. Dedico lo stesso tempo alla preparazione e alla scrittura: un mese per fare le ricerche necessarie e mettere a punto storia, intreccio, personaggi, luoghi, tempi, tecnica narrativa e tutto quello che mi serve. Poi un mese per scrivere la prima stesura. Ho la fortuna di avere una scrittura piuttosto precisa, per cui fra la prima e le stesure successive non ci sono mai grossi scarti.
Nel caso del Regno degli amici, il punto di vista narrativo spostato avanti di diciassette anni rispetto alla vicenda raccontata ha una doppia funzione. Anzitutto permette di aumentare la suspense perché, come tu osservi a ragione, il Demo del 2000 sparge nel suo racconto piccole prolessi, anticipazioni soprattutto emotive che promettono al lettore eventi sempre più coinvolgenti. In secondo luogo, il Demo ultratrentenne ha ormai una sapienza della vita che gli permette di commentare le vicende accadute al Demo sedicenne con un’intelligenza e una profondità che all’epoca non poteva avere. Questo per me è importantissimo: trovo imperdonabile che si attribuisca a un personaggio uno sguardo sul mondo troppo complesso per l’età o per la condizione in cui si trova. Quando l’autore fa sentire platealmente la propria voce usando il personaggio come un megafono trasgredisce una delle regole fondamentali dell’arte narrativa.

In uno splendido articolo su Vibrisse racconti i tuoi primi approcci alla lettura passando per Tex, Alan Ford, Cuore, I promessi sposi, i racconti di Kafka e Poe: da lì il desiderio di confrontarti con la scrittura intorno ai quindici anni. Quali sono stati i tuoi primi esperimenti con la Olivetti Lettera 32? Cosa ti ha dato la perseveranza e la convinzione per continuare?
Mah, all’inizio ho scritto racconti brevi di genere fantastico, influenzati appunto da Kafka e Poe. Nella mia ingenuità provavo un certo disprezzo per il realismo; mi sembrava sciocco non approfittare del mezzo letterario proprio per superare i vincoli della realtà. L’incontro con Borges, avvenuto al liceo, peggiorò la situazione… anche se oggi guardo a questo apprendistato con più indulgenza di qualche anno fa. L’influenza di Borges arrivò al punto che scrissi anche qualche poesia, borgesiana appunto, e il bello è che una di queste mi riuscì così bene che l’Einaudi l’ha inclusa l’anno scorso nella pochette con cui ha celebrato i cinquant’anni della collana “Collezione di poesia”. Ma molte erano proprio da buttare, come i racconti, che se non altro avevano già allora la capacità di non annoiare gli sciagurati che costringevo a leggerli.
Questa paura di tediare il lettore, di perdere la sua attenzione, è sempre stata centrale per me e ha influenzato negli anni sia la scelta dei soggetti narrativi sia della scrittura, che cerca sempre il massimo della fluidità e del ritmo. Voglio che il lettore legga fino all’ultima parola, anche se magari alla fine alzerà gli occhi dalla pagina ed esclamerà: “Che boiata!”. Capita di rado, per fortuna…
La svolta è arrivata con un racconto scritto a vent’anni, Azzurro, pubblicato molti anni dopo e tradotto anche in diverse lingue. Sono solo tre pagine e anche qui una certa influenza di Borges è evidente nel linguaggio, però il soggetto è fortissimo e la carica esistenziale esplosiva. Il racconto si trova facilmente in rete. È la cosa che mi ha fatto conoscere.
I primi progetti lunghi, i romanzi, sono arrivati più tardi, verso i 28-30 anni. Oggi scrivo pochissimi racconti, quasi nessuna poesia, preferibilmente romanzi.

Raccontaci il tuo percorso editoriale, dall’esordio con Leonardo nel 1991 all’arrivo a Einaudi Stile libero, passando per Baldini & Castoldi e altri marchi.
Sono entrato alla Leonardo per caso, prima come collaboratore redazionale (correzione di bozze, revisione di traduzioni). Poi hanno scoperto che ero bravo a tradurre. Tutto è iniziato con un testo che alla fine, a pensarci, è stato la traduzione più impegnativa che abbia mai fatto: il gigantesco romanzo di Allan Gurganus Oldest Living Confederate Widow Tells All, 1.500 pagine di versione da un inglese difficilissimo, ogni capitolo un linguaggio a sé. Busi lesse alcune pagine della traduzione in fieri e disse che secondo lui ero già uno dei migliori traduttori italiani, il che venne confermato pochi anni dopo, quando un sondaggio fra i critici mi pose al secondo posto come miglior traduttore dall’inglese dopo la Pivano (che, gran donna, era brava a far tutto tranne a tradurre!). In totale ho fatto più di venti traduzioni letterarie, con tutti i maggiori editori italiani, quasi tutte negli anni ’90 e spesso molto impegnative: da Styron a Roth, da Shakespeare a Oscar Wilde, allo stesso Poe, a Stevenson, e soprattutto quattro romanzi di Cormac McCarthy nel suo periodo più sperimentale, quello di Meridiano di sangue. Ho anche tradotto Edipo re ed Edipo a Colono di Sofocle, il Tieste di Seneca e altre cose per il teatro.
Dato che ero già un collaboratore fisso della casa editrice, lessero con attenzione il mio primo romanzo e lo pubblicarono nel ’91, tre anni dopo che l’avevo scritto. Si intitolava Il buio divora la strada e attrasse una certa attenzione critica (in libreria, disastro: non arrivò a vendere mille copie). Da lì partì l’avventura, con La perfezione, che venne pubblicato da Feltrinelli nel ’94 e mi mise davvero sulla carta geografica della nuova narrativa italiana, come si dice.
Le altre pubblicazioni degli anni ’90 furono piuttosto girovaghe, perché feci due libri con Marcos y Marcos e poi pubblicai con Rizzoli tutti i miei racconti migliori, incluso naturalmente Azzurro. Seguì un periodo difficile, dal ’98 al 2001, perché non trovavo un editore disposto a far uscire il mio romanzo “maledetto”, Che cosa hai fatto, a tutt’oggi la più dura e terribile delle storie che ho scritto. Alla fine me lo prese la Baldini & Castoldi e iniziò un bellissimo sodalizio durato 12 anni, durante i quali ho pubblicato con loro nove romanzi e un’antologia di racconti. Quando la Baldini ha avuto un travaglio societario, due anni fa, mi sono rimesso sul mercato e ora sono con Einaudi Stile Libero.
A latere dei romanzi, che sono sempre stati la spina dorsale della mia produzione, ho fatto uscire testi sfiziosi come la raccolta di racconti sul fashion È di moda la morte (con Perrone, in via di riedizione) e soprattutto il saggio Il Cristo Zen, che all’inizio degli anni ’90 avevo concepito per Adelphi e che ho pubblicato con un editore milanese molto raffinato, Indiana.

Chi sono stati i tuoi editor e come avete lavorato sui testi?
Il primo, con Leonardo Mondadori, fu Francesco Durante. Si limitò a dirmi che nel romanzo c’erano pochi dialoghi e non cambiò una virgola. Più o meno è andato così anche con gli altri: Gabriella D’Ina per la Feltrinelli, lo stesso Marco Zapparoli per Marcos y Marcos, Benedetta Centovalli per la Rizzoli, e per la Baldini & Castoldi prima il grande Piero Gelli, poi Patricia Chendi e infine Francesco Colombo, con cui ho avuto il sodalizio più lungo: quattro romanzi in Baldini e quest’ultimo in Einaudi.
Consegno testi puliti e profondamente meditati, quindi gli editor e i redattori mi adorano perché con me c’è pochissimo lavoro da fare. In sostanza faccio l’editor e il text editor di me stesso e in questo mi aiuta la pratica che faccio con gli allievi della mia scuola di scrittura e anche con qualche collega: conservo come una reliquia, fra gli altri, un file intitolato Non ho paura: al capolavoro che Ammaniti mi mandò affettuosamente da leggere – perché gli era piaciuta una mail in cui analizzavo certi aspetti di Ti prendo e ti porto via – mancava ancora il pronome personale nel titolo. Ci sono una novantina di miei commenti al testo e l’ultimo più o meno suona: “Niccolò, bellissimo: ma metterci un finale vero?”. Non mi diede retta e fece benissimo, visto il risultato!
Detto questo, i pochi interventi e suggerimenti di Francesco Colombo sono sempre stati azzeccati e devo a lui lo spunto per Il Regno degli amici. In altri romanzi avevo raccontato le conseguenze nell’età adulta di un danno subito dal protagonista nell’adolescenza. Francesco ha osservato che le parti in cui veniva narrato in flashback il danno erano sempre le migliori. “Perché non scrivi un romanzo in cui racconti solo il danno? Una storia tutta centrata sull’adolescenza?” mi ha suggerito. E così è stato!

Che cosa rappresenta per te la lettura?
Come diceva il mio eroe, Borges, ci sono due cose che si possono fare con un libro, scriverlo o leggerlo, e la seconda è più intelligente, più divertente, più gratificante. La lettura è tutto. La civiltà di un paese si misura dal numero e dalla qualità dei suoi lettori, non dei suoi scrittori. Prendi la Germania: in questo momento non c’è un movimento letterario particolarmente vivace in Germania, e i loro autori sono meno tradotti dei nostri. In compenso la Germania ha il quintuplo dei lettori che ha l’Italia, per non parlare poi dei lettori forti, quelli oltre i venti libri l’anno, che fanno tutta la differenza perché sono lettori creativi che non si lasciano imporre le scelte dal mercato. Concludo ancora con il divino Borges: “Altri si vantino pure dei libri che hanno scritto; io sono orgoglioso di quelli che ho letto”. Chapeau!

Da anni tieni corsi di scrittura creativa: quali strumenti forniscono? Quanti allievi sono poi giunti a pubblicare qualcosa?
Gli strumenti sono tutti quelli che servono a un talento per affinarsi (e bruciare le tappe nel trovare la propria voce e arrivare a fare bene quello che vuol fare). Se il talento non c’è, si può sempre acquistare una competenza narrativa sufficiente per giocare con la letteratura: scrivere racconti, metterli in rete, partecipare ai concorsi… In fondo, i club di scacchi di tutto il mondo sono pieni di persone che non diventeranno mai dei campioni ma che provano ugualmente passione e piacere nel giocare.
Le pubblicazioni degli allievi ormai sono arrivate a numeri imbarazzanti perché sono una settantina, con tutti i migliori editori italiani: Mondadori, Einaudi, Rizzoli, Feltrinelli, Guarda, Sperling, Fazi, Fanucci… L’elenco completo è qui: http://www.raulmontanari.it/corsi.html.
Fra i fiori all’occhiello citerei almeno Giovanni Cocco, arrivato terzo al Campiello due anni fa; Francesco Muzzopappa, uno dei pochissimi veri scrittori comici italiani, bestseller italiano di Fazi nel 2013; Romano De Marco, partito letteralmente dal nulla per diventare una delle voci più fresche e potenti del noir; Gaia Manzini, che nel 2011 è stata selezionata per lo Strega; Elena Mearini, una narratrice dalla prosa incredibilmente personale e poetica, che sta conquistando consensi ed è stata segnalata quest’anno dalla giuria del Campiello. Ma ce ne sono molti altri che hanno avuto risultati eccezionali, come Luca Ricci che hai intervistato poco tempo fa e che non ha frequentato la scuola ma direttamente casa mia – cosa molto più impegnativa per tutti e due!
La cosa interessante, mio vero orgoglio, è che nessuno di loro scrive come me. Non mi sono clonato nei miei allievi, errore che sarebbe imperdonabile per un maestro, e la lista dei generi da loro coperti basta a dimostrarlo: romanzo psicologico, noir, postmoderno, letteratura per ragazzi, fantasy, chick lit…
Invece la cosa divertente è che non tutti hanno pubblicato romanzi. Ci sono poeti e ci sono i saggisti, fra cui devo menzionare almeno Massimo Morini, che ha scritto direttamente in inglese un ponderoso studio dal titolo terrificante: Understanding and Managing Model Risk: A Practical Guide for Quants, Traders and Validators (The Wiley Finance Series 2011). Morini, bontà sua, dice di aver imparato alla scuola come raccontare la statistica applicata all’economia! Come non adorare quest’uomo?

Qui le precedenti interviste della rubrica Professione scrittore a Omar Di Monopoli, Elisa Ruotolo, Paolo Cognetti, Ignazio Tarantino, Flavia Piccinni, Francesca Scotti, Antonella Lattanzi, Fabio Geda, Giuseppe Merico, Paolo Di Paolo, Alessandra Sarchi, Luca Ricci, Enrico Macioci: https://giovannituri.wordpress.com/category/professione-scrittore/

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