VACCHE AMICHE di Aldo Busi, recensione

VACCHE AMICHE, Aldo Busi, MarsilioVacche amiche, un trattato su etica e solitudine

Vacche amiche di Aldo Busi, pubblicato da Marsilio Editori, non è né un romanzo, come indicato in basso a destra sulla copertina, né un’autobiografia, come suggerito nel sottotitolo: un’autobiografia non autorizzata. Lo stesso autore, a partire da alcune considerazioni sulla Recherche di Proust, afferma: «non esiste l’autofiction negli scrittori veri» – e che Aldo Busi sia uno scrittore vero, piaccia o meno, non può essere messo in discussione.
Vacche amiche è una dissertazione dal piglio narrativo sulle relazioni umane e sull’etica, quindi è anche un attraversamento della contemporaneità radicalmente antireligioso e feroce nei confronti della oligarchia politico-giudiziaria. Busi demistifica e polemizza, come di consueto, ma soprattutto fa i conti con la solitudine: «Tanti conoscenti, di cui finisci per dimenticarti nome e faccia da un mese all’altro, ma amici no. O si accetta e si corrobora l’ipocrisia come sistema di relazione e stai in compagnia di ipocriti come te e ti senti solo come fai sentire solo chi si fa ipocritamente compagnia con la tua o te ne stai da solo senza chiederti perché lo sei: lo sei perché sei più in gamba e non hai bisogno di una stampella per sentirti dritto solo perché grazie a essa zoppichi come tutti gli altri».
La parte centrale dell’opera ripercorre tre legami d’amicizia dell’autore – trasfigurato dal e nel narratore – con altrettante donne (non le uniche “vacche” a cui si allude nel titolo, però), ma sempre è un pretesto per discutere di altro, con fierezza e supponenza, con acume e lucidità, attraverso la scrittura densa e sfolgorante a cui Busi ci ha abituati: ampi periodi e digressioni hanno sempre una loro geometrica compiutezza, la lingua è polifonica e pulsante, ogni segno grafico è pregnante.
Probabilmente non si condivideranno diverse affermazioni dell’autore, ma occorrerà rinunciare ai propri preconcetti per provare a contestarle (non di rado scoprendosi così d’accordo con lui); leggere Aldo Busi è sempre e comunque un esercizio di intelligenza e libertà, la stessa che lui a più riprese invoca per sé e per gli altri: «La libertà non è un diritto, è un sapere costante nel tempo, una capacità di resistenza alla tentazione di asservirsi, una curiosità per le lande più inesplorate del cervello umano a contatto con il mondo ma innanzitutto a contatto con se stesso, a cui ritorna e a cui deve dare conto di quanto ha fatto fuori il suo portatore».
Ci si aspetterebbe infine un congedo disilluso e amaro nel testo e, forse, anche dalla scrittura, ma Busi non sa rinunciare ad affabulare e a creare senso attraverso le parole, né a sperare che gli uomini sapranno prima o poi plasmare se stessi oltre che la materia, recuperando la propria dignità.

Opera simile e illuminante, incentrata prevalentemente sulla scrittura, è anche Nudo di madre, purtroppo fuori commercio da qualche anno:
https://giovannituri.wordpress.com/2015/04/09/il-manuale-del-perfetto-scrittore-di-aldo-busi-nudo-di-madre/

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