Intervista a Enrico Macioci – Professione scrittore 13

Enrico Macioci, intervista, Breve storia del talentoÈ da poco in libreria Breve storia del talento (Mondadori), che racconta con sguardo limpido e acuto l’adolescenza, con i suoi interrogativi e turbamenti, con le sue estasi e i suoi sfregi: il protagonista-narratore è un ragazzo segnato da una difficile educazione sentimentale e, ancor più, dallo scomodo confronto con un amico capace di far prodezze con il pallone tra i piedi. L’esordio di Enrico Macioci risale però al 2005 con L’alba (Tracce), cui sono seguiti la raccolta di racconti Terremoto (Terre di mezzo) e il romanzo La dissoluzione familiare (Indiana). Suoi scritti sono anche apparsi su Il primo amore, Nazione indiana, Nuovi Argomenti, Vibrisse.

«Le due faccende – la masturbazione e la scrittura, specie delle poesie – mi sembravano non solo connesse ma coincidenti, le due facce della medesima, fasulla moneta. Entrambe cagionavano vergogna, entrambe richiedevano isolamento, entrambe si nutrivano di fantasia»: queste le considerazioni del protagonista di Breve storia del talento. Il tuo rapporto con la scrittura è stato altrettanto problematico?
Uhm, temo di sì. La celebre e magnifica poesia di Rimbaud, I poeti di sette anni, spiega tutto molto meglio di come potrei fare io. La scrittura per me è arrivata precocemente e dunque non ero pronto, a livello emotivo, per gestire una cosa che in qualche modo mi distingueva, rendendomi diverso. Col tempo poi mi resi conto che questa diversità ero più io a vederla – o a immaginarla – e che tutt’al più produceva interesse quando non addirittura ammirazione, ma tant’è: oramai la frittata era fatta. Così ho smesso di scrivere (e leggere!) per qualcosa come tredici anni, dai 14 ai 27, ficcandomi in un vicolo cieco e durando poi gran fatica a venirne fuori.

breve storia del talento_enrico macioci«L’adolescenza è l’età più celeste e più misteriosa, può accadere di tutto, è un buco che ti inghiotte per restituirti diverso»: cosa ti ha spinto a soffermarti su questa stagione della vita nel tuo ultimo romanzo?
Avevo appena letto (era il dicembre 2012, me lo sciroppai durante due viaggi in autobus) Questo bacio vada al mondo intero di Colum McCann: mi colpì e commosse. Il suo tono magico, la sua voce dolce e profonda, la sua atmosfera color pastello, la sua sensibilità. Forse non è il libro migliore che ho letto negli ultimi anni ma è quello che (con Amabili resti di Alice Sebold) mi ha emozionato di più. Cercai subito qualcosa da dire con un tono del genere (i libri belli hanno questo di buono, fra le tante cose: riaccendono la voglia di scrivere), un tono incantato e poetico che non scadesse nel melenso. L’adolescenza è per l’appunto l’età più poetica e terribile della vita, no? Pensiamo di nuovo a Rimbaud: esiste poeta più oscuro e al tempo stesso più luminoso? Così mi sono messo all’opera. All’inizio, come sempre mi accade, non sapevo bene dove andassi a parare; sapevo solo che volevo una certa voce, una certa armonia. Una musica prima ancora che una storia. Nella scelta di raccontare l’adolescenza credo c’entri poi la fase che sto vivendo; fra poco compirò 40 anni, ho figli, tiro i primi bilanci, il ricordo fa oramai rima fissa con la nostalgia perché ciò che non mi sembrava possibile – il trascorrere del tempo, di molto tempo – si è avverato ed io non sono più giovane, sono un adulto in piena regola.

Raccontaci il percorso editoriale che ti ha condotto da Tracce a Mondadori…
Un lungo e tortuoso cammino, in effetti. Tracce è un editore locale, relativamente facile da raggiungere… La svolta avvenne nel 2007, quando in occasione di un convegno conobbi Giulio Mozzi e quindi gli spedii un dattiloscritto intitolato L’assente (un tomo imbevuto di Thomas Bernhard) che lui, pur con qualche riserva, apprezzò. L’importante è stabilire un contatto fidato, perché il mondo editoriale è vasto e periglioso. Cominciai a mandare a Giulio quasi tutto ciò che scrivevo, ascoltando i suoi consigli e attuandoli nel caso li ritenessi giusti (accadeva spesso, gliene sono grato). A un certo punto Giulio ritenne che fossi abbastanza in gamba da meritarmi di pubblicare qualcosa su Vibrisse, che è una bella vetrina. I miei primi due libri, usciti con Terre di Mezzo e con Indiana, nacquero così.
Un altro passaggio importante del mio percorso si verificò nel febbraio del 2013, quando trovai un ottimo agente, una persona appassionata e tenace: Loredana Rotundo. Le spedii parecchia roba ma lei s’innamorò subito di Breve storia del talento (che allora non si chiamava così, ha cambiato nel corso del tempo tre o quattro titoli) e lo propose a vari editori; incassammo parecchi no e parecchi silenzi e non fu facile, specie per me; cominci a porti un sacco di domande, la maggior parte delle quali oziose. Poi, quando non ce lo aspettavamo più, bussò Mondadori, nella persona di Carlo Carabba.

Chi sono stati i tuoi editor e come avete lavorato sui testi?
Premesso che il mio primo e più terribile editor è mia moglie, che è la prima persona a leggere ciò che scrivo, dunque… Con Terre di Mezzo l’editor fu Davide Musso. Con Indiana si alternarono lo stesso Giulio Mozzi e Bernardino Sassoli. Con Mondadori è stato Mario De Laurentiis. Con tutti e quattro, pur diversi caratterialmente, mi sono trovato bene. “Scrivere è umano, editare è divino”, scherza Stephen King, e in parte ha ragione. L’editing non può tramutarsi in una plastica facciale ma neppure equivalere a una sbrigativa passata di fard. Deve realizzare il giusto compromesso fra i meriti dell’autore e quelli (pochi ma buoni) di chi si prende cura della sua opera. Ogni riuscita operazione di editing è anche un’empatia, un’acrobazia sulla palude dell’ego. Ciò detto, riguardo Terremoto e Breve storia del talento s’è trattato di cose rapide, rifiniture; mentre riguardo La dissoluzione familiare – viste anche la mole e la struttura del libro – la faccenda fu parecchio più laboriosa e complessa. Ancora piango il taglio di certi inutili, spassosissimi capitoletti “filosofici”, tipo l’amara riflessione intorno al taglio del ramo d’un grosso albero per opera di rudi e insensibili operai, o l’altra sulle maggiori possibilità che avrebbe un infante di salvarsi dall’attacco di un orso rispetto a un uomo adulto, per via della gioiosa inconsapevolezza e i beati sonnellini…

Che cosa rappresenta per te la lettura? Quali sono le ultime opere che hai apprezzato?
La lettura per me è droga, senza metafora alcuna. Non potrei farne a meno, non saprei con che sostituirla. Quando leggo sono… più presente, non so spiegarlo meglio di così. Sono più “al centro”. Di cosa? Boh, però sono più “al centro.” Quanto alle opere lette, leggo moltissimo per cui non è semplice stilare una classifica. Direi comunque, per restare davvero alle ultimissime settimane: fra le opere straniere ho ammirato enormemente Incendi di Richard Ford; mi spingo addirittura ad affermare che è il più bel romanzo breve degli ultimi decenni, fra quelli che conosco. Un miracolo di equilibrio narrativo e di purezza, un vetro: è terso, ma taglia. E trascende sé stesso (cioè non si è in grado di spiegare del tutto per quale motivo è tanto straordinario). Di opere italiane ne cito tre: Cade la terra di Carmen Pellegrino, per l’originalità del tema e l’accuratezza linguistica; La linea di fondo di Claudio Grattacaso per la deliziosa fluidità e per una certa vicinanza agli argomenti del mio libro; Il corridoio delle voci di Matteo De Chiara per la labirintica, onirica complessità.

Un consiglio agli aspiranti scrittori?
Leggete molto, scrivete molto, abbiate fortuna – cercatevela con l’impegno, la dedizione, la fede.

Qui le precedenti interviste della rubrica Professione scrittore a Omar Di Monopoli, Elisa Ruotolo, Paolo Cognetti, Ignazio Tarantino, Flavia Piccinni, Francesca Scotti, Antonella Lattanzi, Fabio Geda, Giuseppe Merico, Paolo Di Paolo, Alessandra Sarchi, Luca Ricci:
https://giovannituri.wordpress.com/category/professione-scrittore/

Se invece volete saperne di più sull’apprendistato alla scrittura di Enrico Macioci, vi suggerisco di leggere il suo articolo pubblicato su Vibrisse: https://vibrisse.wordpress.com/2014/11/10/la-formazione-dello-scrittore-24-enrico-macioci/

 

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One thought on “Intervista a Enrico Macioci – Professione scrittore 13

  1. […] d’amore allo yeti, Enrico Macioci, Mondadori Riccardo, il narratore, trascorre l’estate con il figlio di quasi sei anni in una […]

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