RÍO FUGITIVO di Edmundo Paz Soldán, recensione

RÍO FUGITIVO, Edmundo Paz Soldán, FaziRío Fugitivo, il nuovo romanzo del boliviano Edmundo Paz Soldán pubblicato da Fazi nella traduzione di Carla Rughetti

Edmundo Paz Soldán, oltre che scrittore, è docente universitario di Letteratura latinoamericana e Río Fugitivo si pone subito, come sottolinea Juan Gabriel Vásquez nell’Introduzione, sotto il nume di Mario Vargas Llosa, ma gli echi della tradizione letteraria del Sud America in quest’opera sono davvero innumerevoli, da Gabriel García Márquez a Roberto Bolaño Ávalos; lo stesso giovane protagonista, aspirante scrittore, afferma: «Vargas Llosa era il mio mito, volevo – voglio – scrivere della Bolivia come lui scriveva del Perù». Ma più ancora della letteratura è centrale nel romanzo l’attitudine che ha ciascuno di noi a trasfigurare la propria e le altrui vite raccontandole, soprattutto durante la giovinezza: «Eravamo macchine da racconto in costante movimento, dovevamo raccontare storie perché un pezzetto della nostra vita acquisisse significato. Senza un racconto, l’esperienza vissuta non poteva essere elaborata».
Di storie dunque al Don Bosco, istituto d’élite frequentato da Roberto e dal fratello Alfredo, se ne riferiscono tante, soprattutto sugli insegnanti e sui compagni di classe, tutti concentrati sul proprio piccolo mondo, mentre la situazione politico-economica del Paese diventa sempre più critica – siamo nella Bolivia dell’iperinflazione e degli scioperi a oltranza dei primi anni Ottanta. A estraniare ulteriormente il protagonista-narratore dalla realtà contribuisce anche la sua passione per i romanzi gialli e polizieschi, che lo porta a immaginare una città, Río Fugitivo, in cui ambienta i suoi racconti (plagiando i classici del genere) e in cui trova asilo quando non ha voglia di confrontarsi con gli altri e con quanto lo circonda. Continua a leggere

Annunci

Intervista a Dalia Oggero, editor della narrativa Einaudi

logo Einaudi, intervista Dalia Oggero, ediotrDalia Oggero lavora per Einaudi dal 1991 e attualmente è una degli editor di narrativa italiana della casa editrice torinese.

Prima che Mauro Bersani ti invitasse a diventare editor, eri già da tempo lettrice per Einaudi. Come lo sei diventata? E oggi, come vengono reclutati i nuovi consulenti?
Ho cominciato a leggere manoscritti per l’Einaudi all’ultimo anno di università (frequentavo Lettere, a Torino): lo facevo con entusiasmo, era un modo per toccare il mondo e anche per guadagnare due lire. Era stata un’amica a fare il mio nome a Mauro Bersani, allora responsabile della narrativa italiana.
Un apprendistato eccentrico, quello del lettore: leggi molti libri brutti e alcuni bellissimi, ma soprattutto ne leggi tanti, veramente tanti, e così le trame si confondono, i personaggi si sovrappongono, le scritture si parlano a distanza, certe frasi ti s’incidono nella memoria per sempre e altre si volatilizzano dopo un secondo. E alla fine capita una cosa strana: nella tua testa convivono brani di Dostoevskij e brani di un illustre sconosciuto che nessuno pubblicherà mai. Solo nelle teste degli editor c’è questo magma impossibile. Quei libri di nessuno ti lavorano dentro, fanno parte della tua formazione come i grandi classici.
Quella dei manoscritti è stata per me una vera e propria scuola, parallela a quella accademica: ne esci con le ossa rotte, ma anche elettrizzato.
Mi chiedevi come vengono scelti i nuovi consulenti: oggi, come ieri, i lettori vengono reclutati tra gli universitari di talento o gli appassionati di ogni età: si valuta la loro competenza, naturalmente,  ma anche la loro capacità di restituire il senso, l’aria, il cuore di un libro in due cartelle. È un mestiere sottopagato un po’ in tutte le case editrici, comunque.

Attraverso quali canali vi giungono i manoscritti?
Attraverso gli agenti letterari, naturalmente. Attraverso segnalazioni di lettori d’eccezione (critici, scrittori, ecc.), che caldeggiano un dattiloscritto che hanno amato, in cui credono (non uno che vogliano semplicemente piazzare). Attraverso strade tortuose. Ma anche attraverso gli invii diretti.  E poi ce li andiamo soprattutto a cercare, i libri possibili, pungolando proprio quella testa lì, che ci piace, leggendo riviste, blog, mettendo il naso fuori dalla casa editrice. Continua a leggere

Se Mondadori acquistasse RCS Libri e se la legge Levi venisse smembrata

Acqusizione RCS Libri da parte di Mondadori

Molti pensano che “fare cultura” in ambito editoriale significhi disinteressarsi degli aspetti finanziari, cercare semplicemente autori con qualcosa da raccontare e uno stile inedito con cui farlo; ovviamente e purtroppo non è così. Occorre anche essere messi nelle condizioni di poter raggiungere il lettore giusto, di poter competere con le altre realtà editoriali, di conseguire quantomeno una parità di bilancio tra scouting, lavoro redazionale, costi tipografici, di promozione e distribuzione, diritti d’autore da una parte e vendite dall’altra.

Se Mondadori acquistasse RCS Libri, le conseguenze immediate non sarebbero quelle sulle linee editoriali dei singoli marchi del gruppo RCS (Rizzoli, Bompiani, Adelphi, Marsilio e altri): Einaudi fa ad esempio già parte del gruppo Mondadori e ha mantenuto comunque una politica culturale autonoma e qualificata. I dubbi semmai sono sulla sostenibilità economica di un’acquisizione di tale portata da parte di un’azienda già gravata da 300 milioni di debiti e sulla posizione di monopolio sul settore che ne conseguirebbe: la concentrazione dei principali editori, oltre che dei distributori e delle librerie di catena, nelle mani di un unico soggetto più che contrastare Amazon annienterebbe definitivamente le possibilità della piccola e media editoria di operare sul mercato. Continua a leggere

ANIME BALTICHE di Jan Brokken, recensione – About short stories

ANIME BALTICHE di Jan Brokken_copertinaAnime e storie dei Paesi baltici nei racconti di Jan Brokken

Dopo Nella casa del pianista, Iperborea pubblica un’altra opera di Jan Brokken: Anime baltiche (traduzione di Claudia Cozzi e Claudia Di Palermo). Qui lo scrittore olandese recupera volti e vicende di Lituania, Lettonia ed Estonia, cercando di sopperire alle tante rimozioni che ne caratterizzano la storia con una minuziosa ricerca di fonti e testimonianze, ma soprattutto visitando i luoghi che fanno da palcoscenico ai suoi racconti. Si scoprono così gli innumerevoli legami che i Paesi baltici hanno sempre avuto sia con l’Europa occidentale sia con l’area russa, il loro tentativo di preservare la propria identità anche dopo secoli di occupazioni e conflitti, l’eccezionale contributo dato nei diversi ambiti artistici e del sapere dai loro cittadini. Continua a leggere

Vita da editor (62)

Scrittore: Il romanzo che le invio in allegato è una saga famigliare ambientata agli inizi del Novecento in una provincia del centro Italia, realistica e immaginaria insieme. La mia prosa si ispira infatti a quella del più grande scrittore sudamericano vivente: Gabriel García Márquez.

Editor: Eh? Márquez è morto lo scorso aprile!

Scrittore: Ah, sì, ha ragione, avevo fatto copia-incolla e mi sono distratto; sono tre anni che spedisco il testo a destra e a manca…

#

Vita da editor (61):
https://giovannituri.wordpress.com/2015/01/13/vita-da-editor-61/

Servizi editoriali:
https://giovannituri.wordpress.com/servizi-editoriali/

Luca Ricci – Professione scrittore 12

Luca Ricci_scrittore

Luca Ricci ha esordito a ventisei anni con una silloge di brevi narrazioni, Duepigrecoerre d’amore (Addictions, 2000), a cui sono seguite due raccolte di racconti: Il piede nel letto (Alacràn, 2005) e L’amore e altre forme d’odio (Einaudi, 2006, vincitore del Premio Chiara). A eccezione di Come scrivere un best seller in 57 giorni (Laterza), le sue successive opere sono state tutte pubblicate da Einaudi. Il suo nome risulta tra quelli antologizzati da Andrea Cortellessa in Narratori degli Anni Zero (riproposto lo scorso anno da L’Orma con il titolo La terra della prosa).

Quando e perché hai iniziato a scrivere?
Ho iniziato a scrivere seriamente dopo un clamoroso fallimento artistico. Per evitare l’università – che all’epoca mi sembrava soltanto replicare certe insensate dinamiche liceali – ero andato alla Paolo Grassi di Milano a fare l’attore, ma dopo pochi mesi mi resi conto che non era nient’altro che un’altra scuola, per lo più popolata da velleitari, e io ne avevo piene le scatole di registri e campanelle. Tornai in provincia e tutto mi si chiarì, grazie anche a un mal di gola ostinato che non ne voleva saperne di guarire. Incontrai un momento esistenziale perfetto per cominciare a scrivere: mi sentivo come bruciato, perso. La scrittura è sempre una forma di rivalsa, di compensazione. Per me è stata un’ultima spiaggia più che una seconda carriera (i romanzi del semiologo Umberto Eco) o il lato oscuro di una persona altrimenti irreprensibile (l’assicuratore Franz Kafka).

Come nasce la tua predilezione per la forma del racconto e perché secondo te ha così poca fortuna in Italia?
Rispondo con un racconto breve, perché ormai mi sono abituato così. Verso i nove anni passavo il pomeriggio nell’ufficio di mia madre. Lì ebbi il mio primo incontro con una vera macchina da scrivere, e produssi il mio primo racconto. Dopo poche righe però mi pareva di aver detto tutto quanto avrei voluto dire. Allora chiesi a mia madre: “Mamma, ma come fanno gli scrittori a scrivere così tanto, a fare quei libri così grossi?” In un certo modo, me lo sono continuato a chiedere fino a oggi. Il romanzo naturalmente è una forma letteraria complessa e affascinante – come si fa a parlarne male? –, tuttavia penso che sia una narrazione lunga che contiene necessariamente alcune cose sbagliate. Sono d’accordo con Edgar Allan Poe, credo che il romanzo nasca esteticamente fallato. Quanto alla poca fortuna editoriale del racconto, le ragioni sono molteplici. Di sicuro l’Italia storicamente ha avuto nella poesia la forma antagonista al romanzo. Nonostante ciò, nel Novecento i nostri scrittori di racconti sono stati grandissimi: se Dino Buzzati fosse nato in Inghilterra o in Francia sarebbe un eroe nazionale. Continua a leggere

L’INVENZIONE DELLA MADRE di Marco Peano, recensione

invenzione_della_madre peano_copertinaIl delicato e convincente esordio narrativo di Marco Peano: L’invenzione della madre

Quando ho saputo della pubblicazione per minimum fax dell’Invenzione della madre di Marco Peano, editor Einaudi, sono rimasto sorpreso e mi sono chiesto se dopo La luce prima fosse possibile scrivere un altro romanzo incentrato sull’agonia di una madre e sul perdurare del legame con suo figlio, se Emanuele Tonon non avesse già esaurito la possibilità di raccontare il dolore e l’amore nelle loro forme più pure e laceranti. Invece è come se i due romanzi finiscano per comporre un dittico.
Nella Luce prima la narrazione è in prima persona, in un tempo contiguo alla perdita che rende il dolore un’eruzione incontrollabile, intima e struggente; nell’Invenzione della madre la storia è in terza persona e la morte del genitore risale agli inizi del 2006, dunque è come se chi racconta abbia recuperato la lucidità per ripercorrere quel tempo di sofferenza ed esaltazione (per ogni istante ancora condiviso, per ogni gesto carico di significanza) e abbia ormai acquisito la consapevolezza che l’esclusività di una simile esperienza è mendace, ma anche che, a dispetto di quanto si creda, «si è orfani una volta e per sempre». Continua a leggere