PASSI di Jerzy Kosinski, recensione – About short stories

passi_kosinski copertinaJerzy Kosinski e la fenomenologia dell’abbrutimento

Passi (Elliot Edizioni, traduzione di Vincenzo Mantovani) è da molti considerato il capolavoro di Jerzy Kosinski, scrittore di origine polacca e statunitense di adozione, morto suicida nel 1991. Passi non è un romanzo, sebbene taluni lo definiscano tale, ma una successione di crudeli frammenti narrativi, scritti in prima persona, che compongono una sorta di fenomenologia dell’abbrutimento: non vi è mai una condanna, un giudizio, è come se ogni morale venisse sospesa in un’osservazione distaccata che si traduce in una prosa algida e lacerante.
Non è difficile immaginare lo scalpore che destò l’opera quando venne pubblicata, nel 1968, dal momento che ci sono dialoghi sulla fellatio e amori adulteri vissuti con disinvoltura, stupri di gruppo e di “altro tipo” (una ragazza per scommessa viene sottoposta alle voglie di un animale), vendette atroci compiute sui ignari bambini e giochi dagli esiti mortali, violenze fisiche e psicologiche, irrisione delle gerarchie militari e delle norme del vivere civile. Se si volesse tentare di individuare delle aree tematiche che contraddistinguano ciascuno degli otto capitoli (privi di titoli e composti da un numero variabile di frammenti e racconti), si potrebbe azzardare questa classificazione: 1. Seduzione e sessualità; 2. Adulteri e vendette; 3. Violenze e sessualità; 4. Cospirazioni e totalitarismi; 5. Giochi perversi; 6. Ricerca di lavoro e identità; 7. e 8. Fughe.
Non vi sono nomi propri che aiutino a identificare con certezza i protagonisti, soprattutto quando si ha l’impressione che si ripetano e che abbiano molto in comune con lo stesso autore, né coordinate storiche o geografiche; così, anche se si possono cogliere gli echi della seconda guerra mondiale e riferimenti al regime comunista (Kosinski, nato Łódź nel 1933, si trasferì negli Stati Uniti solo nel 1957), si ha l’impressione che il germe del male non abbia una concreta collocazione temporale, ma semplicemente alberghi nell’animo umano.
David Foster Wallace e alcuni critici letterari hanno instaurato un parallelo con Kafka, ma chiunque abbia letto La muta (in Tre racconti) di Landolfi non potrà esimersi dal trovare ancora più pertinente il riferimento a quest’ultimo, come anche magari a Céline o a Malaparte: che vengano in mente solo nomi di scrittori “classici”, però, è indicativo della capacità straordinaria di Jerzy Kosinski disondare e rappresentare i confini dell’abisso interiore. Sappiate però che Passi è sì un’opera che affascina, ma anche indubbiamente che azzanna e ferisce.

 

ABOUT SHORT STORIES
(https://giovannituri.wordpress.com/tag/about-short-stories/)
Gianluca Merola, Dio taglia 60 (Ad est dell’equatore)
Giuseppe Cristaldi, Macelleria Equitalia (Lupo Editore)
Marino Magliani e Giacomo Sartori, Zoo a due (Perdisa Pop)
Paolo Zardi, Il giorno che diventammo umani (Neo Edizioni)
Vanni Santoni, Personaggi precari (Voland)
Liesl Jobson, Cento strappi (Marcos y Marcos)

 

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3 thoughts on “PASSI di Jerzy Kosinski, recensione – About short stories

  1. amanda ha detto:

    anche no grazie

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