SORRIDI ALLA VITA, un racconto di Niccolò Agrimi

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Sorridi alla vita è un racconto di Niccolò Agrimi pubblicato nella raccolta Sgualciti dalla vita (collana Nuovelettere, Stilo Editrice).

Guardo la fettina di limone che galleggia nella mia tazza di tè. La sposto da un lato all’altro: una piccola zattera gialla in un laghetto marroncino. Il bar, per fortuna, non è pieno. Una coppia al tavolino accanto, due vecchi che leggono il giornale al bancone, ragazzini che fanno colazione.
È la terza notte che non dormo a causa dei dolori. Mi appisolo spezzato dalla stanchezza di un giorno di sofferenza, ma dopo poco mi sembra che la testa si apra. Vado in bagno e constato che un altro di quei piccoli fottuti bastardi bianchi dondola nella caverna. Lo muovo con un dito, lo spingo dal basso verso l’alto con l’illusione di poterlo infilare ancor più dentro ma, come ci provo, una fitta mi percorre la faccia e devo smettere. Allora lo prendo tra l’indice e il pollice e comincio a muoverlo avanti e indietro. Sempre un po’ di più, sempre più avanti e sempre più indietro, finché non me lo ritrovo tra le dita tinte da un po’ di sangue. Ho perso sei denti superiori davanti e quasi tutti quelli di sotto. Mi restano solo un incisivo inferiore e i molari che comunque cadranno, prima o poi. Ho la piorrea o qualcosa di simile.
Dovrei andare dal dentista, ma non posso nemmeno immaginare di poter pagare la somma spropositata che mi chiederà. Da tre giorni non lavoro e devo cominciare a preoccuparmi di come mettere insieme i soldi per l’affitto, figurarsi quelli per il dentista. Per fortuna il dolore mi impedisce di mangiare, per cui su qualcosa risparmio. Solo con il tè caldo il dolore si allevia un po’.
I vecchi al bancone si lamentano della politica economica del Paese. Si lamentano che le pensioni sono basse e che la salute non è più quella di una volta. Avranno mille anni a testa e hanno ancora preoccupazioni. Parlano e vedo nelle loro bocche ricche dentiere con arcate perfettamente allineate e denti che sembrano di porcellana finissima, e forse lo sono.
Qualche tempo fa, quando ormai non avevo più i denti di sopra, sono entrato in uno di quei negozietti di antiquariato che vendono praticamente di tutto. Mi sono aggirato tra gli scaffali e a un certo punto, su di una toletta in marmo, ho visto ciò che cercavo. Tra un pettine in osso cui mancavano diversi dentini e una spazzola argentata e annerita dall’incuria, ho trovato una scatoletta argentata. L’ho aperta e dentro c’era una vecchia dentiera ingiallita e polverosa. Di nascosto, tra le pile di cianfrusaglie mi sono abbassato e l’ho infilata in bocca. Ho sentito la polvere che mi si attaccava al palato e si impastava con la saliva. Resistendo ai conati di vomito, ho cercato di aggiustarla con la lingua e con le mani, ma niente. Era troppo piccola: doveva esser stata di una donna o di qualcuno con una bocca piccola. L’ho tolta e rimessa a posto. Avrei voluto sputare, ma non sapevo come fare, così ho inghiottito e sono uscito. Lì sul momento, per consolarmi ho pensato che, anche se mi fosse andata bene, non l’avrei presa comunque: sarebbero diventati i sorrisi di qualcun altro, sarebbe stato come scopare con un preservativo usato. Ora non la penso più così. Ora ho smesso di ridere.
I ragazzini sono usciti dal bar, saranno andati a scuola. Ridevano e si sganasciavano addentando brioche alla crema. Metto un’altra bustina di zucchero nel tè. Mi darà energia, spero. Penso a come fare per trovare i soldi, a come andare avanti. E se facessi una rapina? Ma ci vuole sangue freddo, si deve essere sicuri o disperati per farlo e poi ci sono due inconvenienti. Il primo è che sarebbe ridicolo un rapinatore che non riesce ad articolare bene le parole mentre minaccia la cassiera del supermercato: «Dammi fuffi i foldi o fi ammaffo!», sputtacchiandola tutta. Verrei subito trovato grazie alle indicazioni della cassiera che, ancora ridendo, avrebbe parlando con la polizia. Il secondo inconveniente è strettamente consequenziale al primo: nel momento in cui dovessi essere arrestato e portato in carcere, gracile e sdentato diventerei il candidato perfetto per quella pratica orale e sessuale che molti galeotti non disprezzerebbero.
Quindi scarto tutte le ipotesi criminali. E mentre sono lì che penso, comincio a osservare la coppia al mio fianco. Lei è una bionda slavata sui ventotto anni, gonna corta, stivali di pelle e un golfino che a stento contiene due seni che nel giro di una decina di anni sembreranno due bisacce appese, ma per ora stanno abbastanza su da tendere i bottoni del maglione. Lui ha il tipico aspetto del macho che sa sempre cosa fare e come farlo nel migliore dei modi. Ha un paio di mocassini scamosciati che calzano a pennello con i pantaloni di cotone e una camicia che sembra appena tolta dal manichino di una vetrina. Tesa a causa di ore di palestra, la camicia ha all’altezza del quarto bottone sul petto, a sinistra, due macchie interessanti: il cafone si è fatto cucire le iniziali. Primo punto a suo favore. Il secondo e più convincente punto è l’orologio. Nonostante la distanza, si direbbe che quello che ha al polso ha un raffinato cinturino di pelle nera semi-lucida e un quadrante spesso di cristallo e metallo satinato. Niente fronzoli, cronometri, date del calendario cinese e fuso orario di Anchorage, Ulan-Bator, Pretoria e Asunción. Solo luccicanti lancette di metallo che scandiscono il tempo della mia salvezza.
Aspetto che ci sia un momento di stasi nella conversazione. Faccio un po’ di rumore con la sedia attirando l’attenzione della ragazza che mi è di fronte; di lui vedo solo il profilo – ma mi è stato sufficiente. Lei mi guarda per un attimo associandomi al rumore delle gambe di metallo della sedia che raschiano il pavimento di formica. La fisso negli occhi. Lei sofferma per un attimo lo sguardo sul mio volto e io le faccio il mio miglior sorriso esibendo la mia caverna marcia. Sfoggio il mio dente inferiore come un trofeo di guerra e, nel far ciò, cerco di allargare sempre più il mio ghigno per permetterle di vedere fino ai pochi denti posteriori che ancora mi sono rimasti. Marci e appesi come residui di umanità. Dura un secondo la sua visione. Un attimo di buio nella lucente bellezza del mondo in cui lei vive. Un attimo che le fa accartocciare il viso in una smorfia di disgusto.
Copertina AgrimiA quel punto lui non si è ancora accorto di nulla e mi preparo a sferrare un altro colpo. Lei ancora mi guarda, ipnotizzata dalla bruttura di ciò che vede, come gli automobilisti che si soffermano a osservare gli incidenti stradali, mi scruta con il disgusto e l’interesse di chi pensa che a lei non potrà mai accadere la stessa cosa. Allora le strizzo l’occhio facendole un altro sorriso ammiccante. Sposto la testa di lato con un colpo secco invitandola a seguirmi. Lei per un secondo rimane sbigottita e poi scoppia in una risata sommessa. A quel punto il ragazzo alza lo sguardo dal suo cappuccino, la vede che sorride e le chiede cos’abbia da ridere. Lei gli riferisce che io le ho fatto l’occhiolino e le ho sorriso facendole segno di uscire.
Lui si gira sulla sedia e mi chiede se sia vero quello che ha detto lei. Potrei dire di sì, ma vedrebbero in che condizioni sono e mi prenderebbero per un malato di mente. Allora nego scuotendo lentamente e con strafottenza il capo per non mostrare la mia cavità orribilmente sguarnita.
Lui insiste che lei ha detto che ho provato a rimorchiarla. Io continuo a negare e abbassando il volto indifferente le do della pazza, anzi rincaro suggerendo che era lei a sorridermi. Lui comincia a incazzarsi. Sostiene che lei non sorriderebbe mai a un pezzente come me. Io gli rispondo che se sorride tutti i giorni a un coglione come lui, può farlo anche a un coglione come me.
Si alza e mi si para davanti. Io mi giro sulla sedia offrendomi alla sua ira. Mi solleva strattonandomi il bavero della giacca già lisa, due lembi di tessuto si strappano: perfetto! Lo allontano bruscamente. Lui mi spinge a sua volta. Cerco di dargli un pugno con una tale flemma che avrebbe potuto schivarlo anche uno dei vecchi al bancone. Lui ovviamente si scansa facendosi indietro e risponde con un bel dritto sul mio grugno vuoto. Sento le sue nocche che sbattono contro le mie gengive – al minimo contatto le mie gengive cominciano a spruzzare sangue, ma lui questo non lo sa.
Come mi colpisce mi butto sul tavolino facendolo cadere di lato, rompendo la tazza del tè e rovesciando le bustine di zucchero. Mi reggo la bocca con le mani che si riempiono di sangue. Mi sembra di avere in bocca una caramella: sputo e vedo il mio piccolo dente inferiore che si porta dietro una coda di gengiva e sangue. I vecchi del bancone si avvicinano al ragazzo, gli dicono di smetterla, che ha combinato un casino. Steso per terra, vedo il barista che parla al telefono. Mi reggo ancora la bocca come se la mascella possa staccarsi da un momento all’altro; comincio a urlare come se il dolore mi stia lacerando dall’interno e cerco di spruzzare e spandere più sangue possibile sul pavimento. La scena deve essere cruenta e il ragazzo sbianca vedendo come mi ha ridotto. Sento il barista che gli intima di non muoversi: non vuole casini nel suo bar, ha chiamato l’ambulanza e la polizia. Il ragazzo afferma che l’ho provocato io, cerca la testimonianza dei vecchi sul pugno che ho cercato di dargli. Ma sono io la vittima, l’agnello sacrificale e sanguinante.
Sento le sirene dell’ambulanza o della polizia. Le une valgono le altre. Mi salveranno, mi porteranno in ospedale, chiederanno come sono andati i fatti. Io sarò spaventato e scosso, tremerò all’idea di rincontrare quel bruto e sfoggerò la mia bocca sanguinante: sarò la pietà fatta persona. Mi chiederanno di sporgere denuncia, ma avrò troppa paura per farlo. Loro insisteranno, e io accetterò. Si andrà davanti a un giudice o qualcosa di simile, ci saranno dei danni fisici e morali che dovranno essere ripagati: con la lauta somma di denaro che mi verrà offerta per conciliare la contesa potrò rifarmi i denti e comprare una giacca nuova, forse potrei anche invitare a cena la ragazza del bar. Magari le sorriderò durante il processo.

 

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2 thoughts on “SORRIDI ALLA VITA, un racconto di Niccolò Agrimi

  1. abdensarly ha detto:

    molto bello. Ciao.

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