PAZZI SCATENATI – USI E ABUSI DELL’EDITORIA di Federico di Vita, recensione

pazzi-scatenati_ticQuella di Pazzi scatenati è una lettura consigliata se volete saperne di più sui retroscena editoriali, obbligata se intendete “lavorare” in questo settore.

Quasi sempre le opere che trattano di editoria finiscono per essere piuttosto specialistiche per il pubblico generico o per inanellare evidenti ovvietà per gli addetti ai lavori. Pazzi scatenati – Usi e abusi dell’editoria di Federico di Vita riesce invece a coniugare un’argomentazione brillante e rigorosa con uno stile diretto e irriverente; va anche sottolineato che il testo risulta oggi più che mai attuale, sebbene sia uscito in una prima edizione per effequ nel 2011 e in una seconda ampliata per Tic Edizioni a fine 2012.
Le sezioni giornalistiche – in cui hanno una parte preponderante le interviste – sono intervallate dalle avventure dell’agente Vero Almont nella casa editrice Big Babol, ossia la parodia dell’esperienza di Federico di Vita in una piccola realtà editoriale: se qui il paradosso rientra nelle caratteristiche del divertissement, è però nelle pagine argomentative e nelle interviste ai professionisti del settore che le storture e le assurdità si manifestano in tutta la loro reale evidenza.
Il reportage parte dall’agonia delle librerie indipendenti, incapaci di reggere la concorrenza di un sistema in cui editori, distributori e librerie di catena fanno sempre più parte di poche strutture integrate e monopolistiche – che non hanno alcun interesse a concedere pur minimi spazi di visibilità ai piccoli editori (i “pazzi scatenati”, appunto). Si passa poi alla figura dei promotori, ormai quasi superflua, dal momento che la gestione dei titoli nelle librerie di catena viene stabilita dall’“alto” sulla base di algoritmi che non tengono conto né della letterarietà delle opere nella della specificità dei diversi contesti territoriali dei punti vendita. Viene anche spiegato come la tanto biasimata iperproduzione (in Italia si pubblicano poco meno di 60000 titoli l’anno!) sia in realtà una conseguenza dei meccanismi distributivi, per cui all’editore viene fatturato il valore dei titoli messi in circolazione senza tener conto dell’invenduto: di conseguenza ogni sei mesi questi è tenuto o a rimborsare le rese al distributore o a fornirgli un corrispettivo di nuovi volumi di pari valore (anche in questo caso puramente ipotetico).
PazziScatenati_effequSi giunge dunque all’analisi, sempre piacevolmente discorsiva, dei procedimenti e dei costi tipografico-editoriali, arrivando alle seguenti conclusioni: (1) il margine di guadagno di un editore, “se le cose vanno bene, è del 3 o 4 per cento l’anno, lo stesso che si otterrebbe mettendo i soldi in banca”; (2) “anche se molte piccole case editrici i costi riescono ad ‘ammortizzarli’ (abbassando il livello delle produzioni, o magari scaricando il lavoro di editing-grafica-redazione-impaginazione-ufficio stampa sulla persona dell’editore o su uno stagista non retribuito), il calcolo del punto di pareggio rimane svantaggioso: difficilmente infatti si può collocare sotto le cinquecento, seicento copie, e un editore piccolo non le vende quasi mai”.
Non poteva mancare anche una sezione di approfondimento sui mutamenti che la realtà digitale sta imprimendo al settore, tenendo conto che con il self-publishing il procedimento editoriale si auspica rimarrà invariato (chi valuta, edita, corregge, impagina e promuove il testo non può essere il solo autore), ma verrà diretto non più dall’editore, ma dallo scrittore; quanto agli e-book, si riportano le parole del libraio Giorgio Pignotti, per il quale altro non è che un nuovo formato che conviverà con i precedenti, e del professore Gino Roncaglia, che lo ritiene invece un’evoluzione tecnologica obbligata.
Solo nell’ultimo terzo di Pazzi scatenati i protagonisti diventano in maniera più diretta i micro-editori, il cui proliferare in Italia nonostante la congiuntura economica negativa è ricondotto alla svalutazione del lavoro intellettuale che si traduce in manodopera qualificata a costo zero: pratica di sfruttamento diffusa sia tra i pochi che portano avanti un encomiabile progetto culturale, sia tra i tanti che fanno del dilettantismo la propria cifra. Eppure, “il sottobosco dell’editoria piccola e minuscola preserva una maggiore imprevedibilità e varietà” (Guido Vitiello); responsabilità non da poco in un contesto in cui “è passata ormai l’idea che il tempo libero debba essere dedicato solo all’intrattenimento, non all’approfondimento”, tanto più visto che ormai “non c’è una distinzione forte tra commerciale e letterario” (Giovanni Carletti). Dunque, se è vero che “il libro è un bene prezioso, se trattato come tale sopravvivrà” (Marco Zapparoli) e che i piccoli editori si possono “ancora permettere il lusso di cercare di creare un mercato alternativo” (Lorenzo Ribaldi), è altrettanto vero, come afferma di Vita, che “l’attuale mole di libri prodotti e il numero eclatante delle case editrici attive non sono socialmente sostenibili: tanti di questi libri non vengono letti e tante di queste imprese non sono in grado di garantire alcuna occupazione”.
Insomma, non siate pazzi anche voi: pensateci bene prima di iscrivervi a un corso di laurea o a un master in editoria e di investire i vostri anni di formazione su una scommessa persa in partenza.
Quanto alla copertina, infine, l’idea porno-soft della Tic (a cui va riconosciuto un ottimo lavoro di redazione) allude alla faciloneria con cui molti piccoli editori si approcciano al mestiere e sottolinea il carattere ironico della scrittura dell’autore, ma penalizza la serietà delle sue considerazioni – come sia stata scelta è però spiegato nello scambio di mail riportato nell’appendice del volume.

 

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