ANNA, LA MORTE, LA SCIMMIA, un racconto di Giulia Basile

Gustav_Klimt_Dafne

Anna, la Morte, la scimmia è un racconto di Giulia Basile pubblicato in Tredici storie per tredici donne (collana Nuovelettere, Stilo Editrice).

Sono le 6,30. La data è stata già registrata sulla mia cartella clinica. L’alba si colora di silenzio. Ieri mattina invece un altro fu il risveglio…
Verso le 5,00 dall’U.T.I.C. (Unità Terapia Intensiva Coronarica) arrivarono parole laceranti: «Fatemi morire, voglio morireee!». L’urlo lo sentimmo, forte; quasi lo vedemmo.
Anna era stata incapace di proteggere se stessa da quella malattia diagnosticata già da qualche anno: sclerodermia sistemica progressiva,tre paroleche tagliano una vita, parole come bisturi che incidono in profondità giorno per giorno. E il puzzle della sua giovinezza si sgretolava a ogni minuto.
A ventidue anni, i muscoli di Anna presentavano la stessa situazione morfologica e funzionale di quelli di una novantenne.
Piccola e livida nel letto troppo grande per lei, con il petto imprigionato tra i fili collegati al monitor, l’ago della flebo infilato nella giugulare, il sondino dell’ossigeno incerottato sulla punta del suo naso blu. Un fagottino rannicchiato in posizione fetale: Anna viveva così da qualche settimana.
Ero stata in terapia intensiva, nel letto accanto al suo, e uscendo dall’U.T.I.C. per continuare una terapia più leggera in reparto, avevo avuto l’occasione di parlare un po’ con lei.
«Va un po’ meglio?».
«Sì, ora sì, ma stanotte avevo un dolore così forte in corrispondenza dei reni che non riuscivo ad aprire la bocca… anzi, se l’aprivo subito mi arrivavano dei conati di vomito».
Non sapevo cosa dirle, era la prima volta che la vedevo.
Un separé di tela verde infatti la divideva dagli altri ammalati e sembrava come se fosse stato messo lì, davanti al suo letto, per proteggerla. Invece proteggeva gli altri dalla sua sofferenza, era un sipario per noi. Poteva sembrare una scena preparata da un bravo regista fin nei minimi particolari, ma noi spettatori di quel suo dolore sapevamo che era tutto vero, che non bastava spegnere le luci sul set perché tutto scomparisse.
Anna sembrava tesa a cercare le parole più essenziali per parlare del suo dolore, per chiedere del mio, per constatare quanto le donne siano sempre in maggioranza rispetto agli uomini nei reparti più duri. Scherzammo anche un po’ sul linguaggio, che rimane sessista e privilegia sempre il maschile per indicare cose al cui potere non si possa sfuggire, come appunto la parola “dolore”.
«Pensa che sto scrivendo proprio un piccolo dizionario su questo. Sostituirò “dolore” con “dolora”, visto che si lega così bene a noi donne, fin dal momento del parto, dalla nascita fino alla morte».
Anna fece un gaio sì con tre o quattro cenni del capo. Era quello che volevo ottenere.
«Se ti fa piacere, più tardi torno a trovarti».
Ma a che serve e a dire che? Non c’è altra battuta sul copione che un banale e assurdo: «Come va ora? Ti senti un po’ meglio?». Parole che vengono già dalla gola con un suono falso, quando le usi per nascondere verità che conosci molto bene, e quando soprattutto sai già come finirà.
«Sì, certo…».
«Vedrai, appena la flebo farà effetto, starai meglio! Cerca di dormire». Poi la mia voce si normalizzò e le mie parole riacquistarono senso: «Verrò più tardi e ti leggerò qualche racconto. Sai, qui dentro finalmente ho del tempo libero e sto divorando libri su libri: se ti va posso leggere qualcosa ad alta voce per te, mi piacerebbe».
Accennò un sorriso più con gli occhi che con la bocca, imprigionata in una fitta ragnatela di rughe sottili.
Oltre ai romanzi in lingua francese, che mi divertivo a leggere per rinfrescare il mio francese scolastico, avevo portato con me, come sempre, l’antologia in uso nella scuola dove insegnavo. Risalire alla fonte dei brani scelti da proporre agli alunni, contestualizzarli e presentarli da diversi punti di vista, era per me un imperativo categorico: se non potevo rispondere ai loro interrogativi sulla vita, almeno non volevo deluderli in campo letterario. Del resto, a me sin da bambina era rimasto attaccato addosso il disagio delle risposte mancate.
COPERTINA Tredici storieNon riuscivo mai a vivere le cose col necessario distacco e forse era stato proprio un sovraccarico di emozioni a provocarmi una crisi di tachicardia parossistica, con conseguente prima corsa in ambulanza, ricovero e monitoraggio in U.T.I.C.
Pericolo scongiurato, ora ero lì a cercare qualche pagina che andasse bene anche per lei, che potesse distrarla. Così scelsi La morte e la scimmia. Chissà poi perché proprio quel racconto, forse perché gli alunni avevano riso tanto in classe? Ma di cosa avrebbe dovuto ridere Anna? Era un racconto di morte: la burla sulla vita rappresentata da una scimmia che sbeffeggia gli uomini imitandoli e mimandone le paure.
E Anna stava già giocando a rimpiattino con sorella Morte? Sentiva la sua oscura presenza?
Che fosse già alla fine lo capii più tardi facendole una carezza: la sua guancia era umida e fredda. Gliene feci un’altra, impacciata per il libro che stringevo sotto il braccio e di cui quasi mi vergognavo. A cosa potevano servire delle parole? Speravo di essermi ingannata. Volevo sentirla calda, viva…
Mi guardava con gratitudine. Respirava appena.
Poi non l’ho più vista, non mi hanno più permesso di entrare per tutto il giorno.
L’ho sentita dal mio letto, all’alba di ieri, prima che la portassero via. Ho sentito il suo grido strozzato. Era un Rantolo Profondo: ecco, nome e cognome dell’araldo della signora Morte, il suo inequivocabile biglietto da visita.
«Fatemi morire, voglio morireee!».
Nel corridoio l’eco disperato della sua voce aleggiava ancora, anche se l’avevano portata via da alcune ore. Gli altri ammalati nelle corsie, svegliati dal carrello delle prime terapie mattutine, si interrogavano: «Chi ha gridato stamane all’alba?»,«Chi è che voleva morire?»,«Di chi erano quelle parole?».
Nessuno se le aggiudicava. Andavano di qua e di là, rimbalzavano sulle pareti e nelle paure di tutti gli ammalati, nei gesti ancora frenetici di medici e infermieri. Ma io, più ne sentivo l’eco, più mi convincevo che quel grido disperato di morte avesse in sé qualcosa di bugiardo. Perché da un corpo così sordo e assente, quasi di pietra, l’anima riesce ancora a lanciare un grido così caldo e struggente di dolore?
L’ho capito più tardi quando con i suoi parenti ho ripercorso il suo breve cammino di donna. Anna dal cuore di leone, Anna instancabile custode dei suoi tanti fratelli in una famiglia patriarcale, Anna portatrice sana di libere scelte.
Anna, che non si era mai arresa, in quell’ultima alba aveva urlato la sua voglia di vivere, non di morire.
La vita di Anna per pochi attimi nelle mie mani era diventata una vela spinta dal vento della pietas verso quell’isola, quell’isola dove sono messi al bando la memoria, il tempo e il dolore.

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