LA VOCE DEL DOVERE, un racconto di Ivan Scarcelli

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La voce del dovere è un racconto di Ivan Scarcelli pubblicato in Piccolo guasto alla centrale del tempo (collana Nuovelettere, Stilo Editrice).

Dopo una notte insonne, il tenente decise di non presentarsi al lavoro.
Gli era giunta voce che quella mattina la sua caserma avrebbe aderito al tentativo di golpe congegnato dal colonnello Mervisac. Gliel’aveva fatto capire con discrezione il capitano Lombos, sondando la sua opinione.
«E lei, tenente, che farebbe se… faccio per dire, tutta la nostra caserma aderisse a… a un buon programma di rigenerazione del Paese e giurasse fedeltà… così, per ipotesi… a un uomo onorato e di provata moralità, come il colonnello Mervisac? Lei lo conosce, ne ha sentito parlare, no?».
Per tutta la notte, nella testa del tenente era ritornata quella frase, mutando continuamente accento, facendosi ora lusinghiera, ora allusiva, ora minacciosa, ora persino sensuale – allorquando la sgradevole voce di Lombos si tramutava in quella di un’annunciatrice della radio che il tenente adorava.
E proprio la radio, alle sette in punto, mentre lui si faceva la barba, annunciò che la sua caserma, la “Eduinos”, aveva aderito alla rivolta ed era già stata circondata da truppe fedeli al Presidente.
Il tenente fermò la mano, sospendendo la rasatura. L’aveva scampata bella. Non aveva dovuto neanche faticare troppo per effettuare una scelta: gli eventi avevano deciso per lui. La caserma era circondata, dunque gli era materialmente impossibile accedervi, anche se avesse voluto. Sarebbe stato quindi considerato un buon cittadino, senza dover mettere alla prova il suo coraggio. Era un eroe a buon mercato, e francamente non gli dispiaceva.
Mentre si preparava con calma per uscire, pensieri virtuosi si affollarono nella sua mente: tra l’obbedienza che doveva ai suoi superiori e quella che doveva alla Patria e al governo legittimo, non poteva che anteporre quest’ultima; aveva giurato fedeltà alla Patria e alle sue leggi, e non a un colonnello ambizioso e velleitario!
Uscì in strada, inquieto nonostante tutto, col cuore che gli palpitava: benché certo di essere al sicuro, al riparo da ogni pericolo, sentiva di aver disobbedito ai suoi superiori non presentandosi tempestivamente in caserma.
Si fermò in un bar per mangiare una brioche, e intanto, capovolgendo le sue preoccupazioni, pensava che i suoi superiori avevano tradito le leggi e infangato il loro giuramento di fedeltà; dunque non potevano pretendere obbedienza da lui, però…
Decise a un tratto di prendere l’automobile e recarsi al Comando Regionale, impegnato in quei cruciali momenti a coordinare gli sforzi delle truppe fedeli al Presidente.

Il tenente salì l’ampia scalinata del Comando, sempre più convinto di ciò che stava facendo, e si presentò negli uffici logistici per mostrare chiaramente da che parte stava. La sua scelta non doveva essere dettata dal caso; in fondo, non gli si confaceva l’eroismo a buon mercato che tanto lo aveva rasserenato un’ora prima.
I colleghi lo accolsero con calore e si complimentarono con lui: un uomo della caserma “Eduinos” si dimostrava fedele allo Stato! Per qualche attimo il tenente fu felice dell’accoglienza e della simpatia che gli veniva dimostrata, ma l’incertezza gli piombò ancora addosso proprio mentre guardandosi attorno farfugliava confuso: «Sono a vostra disposizione. Se vi posso essere utile…».
Gli ufficiali del Comando lo ringraziarono e gli promisero che senz’altro l’avrebbero chiamato in caso di bisogno, ma aggiunsero che, per il momento, poteva tranquillamente tornarsene a casa perché la situazione era “sotto controllo”.
«Sotto controllo! Sotto controllo!» ripeté mentalmente il tenente. Dunque aveva fatto proprio bene: non aveva nulla da temere; anzi, forse la sua carriera avrebbe fatto un balzo.
Lasciata la sede del Comando, si dette a passeggiare per le vie della città, per capire che aria tirasse. Non riusciva a trovare la serenità, benché continuasse a ripetersi di aver fatto la scelta giusta.COPERTINA Piccolo guasto
Ora al Comando avevano il suo nome: forse l’avrebbero reso pubblico; forse per tranquillizzare e galvanizzare l’opinione pubblica, avrebbero fatto sapere alla gente che c’erano militari che avevano preferito obbedire alla legge piuttosto che ai loro infidi superiori. Era una prassi abituale, era già successo in altre occasioni. Facevano bene a divulgare certe notizie, come no? Giovavano alla causa, e forse potevano suscitare altre defezioni, o per lo meno altri scrupoli di coscienza fra gli ufficiali delle caserme ribelli. Tuttavia gli causava una certa ansia il pensiero che avrebbero potuto spendere il suo nome, additarlo come esempio.
Niente riusciva veramente ad acquietarlo; ogni pensiero mostrava un doppio volto, un lato minaccioso acquattato nell’ombra, pronto a oscurare la zona illuminata in cui risplendeva il lato rassicurante. Se ne rese chiaramente conto quando udì alcuni spari e vide la gente attorno a lui darsi alla fuga, terrorizzata.
«E se vincesse il colonnello?» si domandò con angoscia il tenente. Nulla era detto, sino all’ultimo istante: la gente che aveva complottato col colonnello era decisa a tutto, si trattava pur sempre di militari che sapevano il fatto loro (ne conosceva diversi, purtroppo). Se l’avessero spuntata, lui sarebbe stato nella lista dei proscritti! Lui che aveva giurato fedeltà alla patria, sarebbe stato considerato un traditore dai golpisti vittoriosi. Eh già, loro sarebbero stati i nuovi “giusti”, avrebbero deciso i torti e le ragioni. La sua vita non avrebbe avuto più alcun valore – sarebbe anzi stata fumo per i loro occhi; della sua morte avrebbero fatto una bandiera per dimostrare di essere sul serio i nuovi padroni, i nuovi giudici! E lui, fedele alla legge, aggrappato al suo onore e alla sua coscienza, sarebbe stato condannato, annientato dalle ragioni implacabili dei vincitori, le uniche che alla fine contino…
Ma doveva forse schierarsi con loro solo per un vago timore? No, non avrebbero vinto. Come avrebbero potuto? Aveva visto le facce degli ufficiali del Comando: erano ottimiste, determinate; aveva sentito le loro voci sicure. Come potevano, quelle facce, quelle voci, quei corpi, essere sopraffatti da un pugno di avventurieri?
Rimuginando, il tenente si diresse istintivamente verso la zona da cui provenivano gli spari. Vide del fumo che si alzava sino al cielo, come un imponente edificio di velame scuro appena scosso dalle correnti d’aria. Una donna, piangendo, correva verso la tragedia gridando il nome del marito. Udì urla e vide ambulanze sfrecciare con le sirene spiegate; infine, in fondo alla strada, si stagliò la sagoma di una caserma in fiamme. Il tenente vi si avvicinò lentamente.
«Non si è salvato nessuno…» mormorò un poliziotto.
Il tenente sentì queste parole e chiese all’agente: «Erano golpisti?».
Questi lo guardò con stupore offeso, quasi a dirgli: «Che importanza ha adesso?»; e tuttavia gli rispose per cortesia:
«Il colonnello Mervisac sta vincendo. Quelli lì nella caserma erano governativi… fedeli del Presidente, insomma. Tutti fatti fuori!».
«Ma come, sta vincendo Mervisac? Per una caserma che è riuscito a colpire… Vuole scherzare?» disse il tenente.
«Fosse soltanto una caserma, signor tenente!» sogghignò il poliziotto. «Proprio ora i miei colleghi dalla centrale mi hanno riferito che il Presidente è stato assassinato! Dio l’abbia in gloria».
«Ma le assicuro che non è possibile!».
Il tenente vedeva tutto girare attorno a sé; la terra sembrava non avere più stabilità né punti di appoggio per lui.
«Creda quel che vuole, ma stia calmo» sbuffò sbrigativo il poliziotto. «Abbiamo già i nostri problemi, qua. Mi faccia una cortesia, anzi, mi lasci lavorare».
«Non può vincere il colonnello Mervisac, capisce?» strillò il tenente con incontenibile disperazione. «Non può, non può proprio, è una cosa irreale!».
Per tutta risposta, il poliziotto, seccato, lo cacciò in malo modo e il tenente iniziò irragionevolmente a scappare, senza saper né perché, né verso dove correre.
«La mia lealtà, la mia fedeltà!» si ripeteva. «Che cosa mi varrà tutto questo? È moneta fuori corso, adesso».
Improvvisamente si sentì l’essere più povero della Terra: non possedeva più nulla. I golpisti lo avrebbero degradato, gli avrebbero confiscato tutto, gli avrebbero tolto anche l’onore con un processo che l’avrebbe definito traditore. Lungo la sua corsa, vide altra gente che fuggiva; carrarmati che pattugliavano le strade; macerie, fiamme, sirene.
I golpisti si sarebbero appropriati legalmente degli averi di chi aveva perso; avrebbero banchettato sulle spoglie di gente come lui: immaginava quei briganti intenti a riempirsi lo stomaco con ogni bendiddio, sino a farsi scoppiare la pancia. Gli sembrava di vedere davanti a sé il faccione di Mervisac, coi suoi occhialoni e la sua calvizie, aprire la bocca e ingollare forchettate di roba; vedeva sughi e avanzi di cibo colargli lungo la divisa. E mangiare, mangiare ancora, ingoiare sempre di più. Lo scorgeva banchettare con figuri come il capitano Lombos, strizzar loro l’occhio, ridere per qualche battuta oscena o sanguinaria, brindare con champagne rubato nelle cantine del Presidente – o meglio “confiscato per giusta causa”, certo – e poi ruttare senza ritegno; proprio mentre qualche ufficiale fedele al governo legittimo veniva torturato nell’oscurità, nelle viscere della terra, dove nessuno poteva accorgersi del suo dolore: gli avanzi di cibo sulla divisa di Mervisac si tramutavano in rivoli rossi…
Il tenente correva ora verso la periferia, fantasticando sulla possibilità di trovare rifugio in campagna. L’auto era meglio non usarla, perché c’erano ovunque pattuglie e, lungo le strade che percorreva, vide alcune persone trascinate via dai militari.
Il tenente non aveva neppure trent’anni: perché doveva già dissolversi tutto? Perché dovevano chiudersi i suoi occhi? Perché i tribunali avrebbero amministrato mattanze, da quel momento in poi: ecco perché! I giusti avrebbero taciuto per paura, una volta che i primi “governativi” fossero stati fucilati come monito per gli altri: nessuno sarebbe stato più onesto, ma complice; tutti avrebbero abbassato la testa, pur di non perderla.
Senza accorgersene neppure, il tenente era arrivato davanti alla farmacia di suo padre. Vi si precipitò dentro.
«Hai sentito?» chiese col respiro affannoso, rivolgendosi al genitore che aveva appena finito di servire un cliente.
«Sentito cosa? Come stai?» fece lui, meravigliato di vedere là il figlio, e in quello stato semiconfusionale per giunta.
«Il golpe! Gli spari! Le caserme che bruciano!» esclamò il tenente tutto d’un fiato, come se non potesse trattenere più le parole.
«Sì, ho ascoltato la radio, certo; ero un po’ in pensiero per te, ma sapevo che te la saresti cavata!» disse il padre, continuando nonostante tutto a mantenere la calma.
«E non hai sentito che la legge è morta? Che hanno vinto quegli altri?».
«Chi altri?» fece l’anziano farmacista, sempre più stupito.
«Ma come? Il colonnello Mervisac e la sua banda, accidenti!» si spazientì il tenente. «Allora non sai le ultime notizie? Non sai che hanno già eliminato il Presidente? E io, da un momento all’altro…».
«Ma cosa stai farneticando?» lo interruppe il padre. «Poco fa il Presidente ha parlato in televisione e anche alla radio, e ha detto che hanno vinto le forze fedeli alla democrazia. Hanno anche mostrato le immagini della resa del colonnello traditore: figurati che l’hanno fatto vedere ammanettato!».
«Com’è possibile? Gli uomini del colonnello hanno perfino fatto saltare in aria una caserma!».
«Eh sì, l’hanno detto anche in TV: in alcune zone del Paese sembrava che potessero prendere il sopravvento i golpisti, ma tutto si è risolto».
«Tutto… tutto risolto in una mattinata?» si stupì il tenente: non sapeva più cosa pensare, cosa credere.
Salutò il padre e decise di recarsi di nuovo al Comando, ove giunse in tempo per assistere a un brindisi allo scampato pericolo: mai aveva visto rigidi ufficiali tanto propensi a incondizionata euforia. Finalmente in quella giornata si sentì sollevato, avrebbe anzi quasi voluto rimproverarsi per l’eccessivo turbamento.
Partecipò spensieratamente agli improvvisati festeggiamenti degli ufficiali del Comando, quindi si recò in auto alla caserma “Eduinos”, spinto da una sorta di ansia mista a curiosità. Intorno alla caserma trovò un imponente schieramento di polizia che non lasciava passare gente non autorizzata – neppure personale militare.
Dal portone principale uscivano in fila ufficiali e sottufficiali in manette, coi volti fissi al suolo. Riconobbe tra loro il maggiore Labwitz: era certo che fosse stato lui il luogotenente principale di Mervisac all’interno della caserma, nonché l’istigatore della rivolta. Era un tipo sfuggente, ambiguo e assetato di potere, che non gli era mai piaciuto. Ora sfilava là tra gli altri, senza neppure il coraggio di alzare gli occhi e guardare la folla che gli lanciava insulti e minacce. Un vigliacco messo a nudo. Già, perché si può essere sanguinari e vili nello stesso tempo – rifletteva il tenente.
A poca distanza da Labwitz seguiva il diretto superiore del tenente, il capitano Lombos, uomo ambizioso e stupido che si era fatto incantare dalle chiacchiere del maggiore. Del resto, lui avrebbe dato qualsiasi cosa pur di diventare qualcuno e finalmente ora sarebbe finito sui giornali, ma nell’elenco dei traditori.
Infine il tenente vide sfilare alcuni giovani suoi pari grado, e si dispiacque soprattutto per loro: la loro inesperienza li aveva portati su una strada sbagliata. Chissà cosa avevano creduto di fare: la rivoluzione? E ora sarebbero finiti al fresco per almeno vent’anni, la loro carriera era terminata, e forse anche ogni loro speranza. La loro gioventù era comunque perduta, destinata a consumarsi vanamente in una cella.
«Rischiano l’ergastolo, tutti» sussurrò un poliziotto a un collega.
E questi replicò: «Non ci sarà pietà per nessuno, e loro lo sanno: per questo sono così abbattuti».
«Non è più di moda, il golpe, da queste parti» commentò con amaro sarcasmo un poliziotto più anziano.
Il tenente distolse gli occhi dallo spettacolo, pensando che egli stesso aveva rischiato di essere fra i prigionieri. A passi veloci si diresse verso la propria vettura, smanioso di essere altrove e di placare ogni inquietudine.
Inattesi, si udirono nell’aria alcuni spari. Tutti si guardarono attorno spaventati, e qualcuno iniziò a scappare. Finalmente ci fu chi notò un uomo steso a pancia in giù sull’asfalto; gli si avvicinarono in cinque o in sei, e lo voltarono, per guardargli il viso e constatare se fosse ferito.
«Non respira, è morto» mormorò un anziano dal volto autorevole, probabilmente un medico, dopo aver esaminato il corpo che giaceva per terra.
Per qualche attimo nessuno ebbe più voglia di parlare, tacque ogni mormorio, cessò ogni commento. Guardavano quel cadavere senza una ragione, e ciascuno pensò che sarebbe potuto essere al suo posto. Sarebbe bastato poco.
«Si può sapere chi ha sparato?» cominciò a chiedere in giro un tale dal piglio deciso: doveva essere un funzionario di polizia. «Voi avete visto niente?» domandò infatti ai poliziotti.
Ci fu altro silenzio, questa volta imbarazzato, come risposta.
«Chi ha sparato farebbe bene a parlare » aggiunse allora, seccato per non aver ottenuto soddisfazione.
Fu qualche attimo dopo che tra la folla all’improvviso si udì una voce gridare: «Ehi, ma quello è un ufficiale della caserma dei traditori! Lo riconosco perché veniva sempre nel mio bar».
Il tenente, se fosse stato ancora in grado di percepire alcunché, avrebbe sentito il biasimo intorno a sé; decine di volti guardavano verso di lui con sospetto e con rabbia. Un uomo basso e corpulento lo insultò, chiedendogli – sì, proprio chiedendogli – come mai non fosse stato ammanettato insieme agli altri “delinquenti traditori”.
«Ma che succede? Si fanno discriminazioni tra le canaglie?» insinuò a gran voce un giovane di aspetto atletico, rivolgendosi a un poliziotto.
Il tenente, se avesse avuto ancora la possibilità di esprimere il suo punto di vista, avrebbe voluto spiegare, ma cosa dire a quella gente che cominciava a sbraitare e che pretendeva di sapere ogni cosa? Avrebbe dovuto avere la voce e la potenza del tuono, per farsi ascoltare.
Il ritmo degli avvenimenti diventò di colpo frenetico. Due figuri lo presero per i polsi e cominciarono a trascinarlo verso la camionetta della polizia. Chissà se a questo punto il tenente avrebbe comunque gridato la sua innocenza con la disperazione nella voce. Non c’era nessuno a far valere le sue ragioni e dalla folla volarono sputi che lo colpirono sulla divisa e sulla faccia.
«Avrai quello che meriti anche tu. Cosa credevi, di essere diverso dai tuoi compari?» gli fece una donna col volto furioso, come se lui le avesse ammazzato qualche familiare. E come se quello fosse stato un segnale convenuto, quasi tutti i presenti presero a fischiare, a lanciare maledizioni e a inveire contro il corpo senza vita del tenente, trascinato in modo macabro dai due volenterosi figuri. Tutti avevano qualcosa da rimproverargli; sembrava che il tenente avesse la colpa di tutte le disgrazie e le sfortune che erano capitate loro.

Qui trovate un paio di recensioni di Piccolo guasto alla centrale del tempo:
http://www.temperamente.it/altroscaffale/piccolo-guasto-alla-centrale-del-tempo-%E2%80%93-ivan-scarcelli/
http://libri-bari.blogautore.repubblica.it/2011/08/04/cronache-quasi-immaginarie-dalla-centrale-del-tempo/

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