Sulle inutili polemiche letterarie

Mordillo_canguro_vs_elefanteÈ curioso (se preferite, si dica pure penoso) che in un Paese con una percentuale di lettori forti ridicola, chi opera nel mondo della cultura si preoccupi, più che di far bene il proprio lavoro, di screditare quello degli altri. E magari di farlo sommariamente: tanto, si sa, a demolire non ci vuol niente.
Per non parlare della passione per le discussioni accese e cavillose.
Ci si muove in congreghe pronte a difendere i propri sodali a prescindere dai torti e dalle ragioni e guai a recensire in maniera troppo severa il pupillo di tizio, c’è da guardarsi le spalle quando si esce da casa, da cambiare nome al proprio profilo facebook: la schiera di amici (sia del pupillo che del tizio) ti farà battaglia. E poco importa se il testo criticato rientri realmente nella categoria della paccottiglia letteraria, a esser generosi.
O ancora, può capitarti di commentare con entusiasmo un’opera di una piccola casa editrice che ha una linea editoriale e una dimensione geografica simile a quella con cui collabori: ben che ti vada ti si darà del babbeo per aver avvantaggiato la concorrenza. (Ma premiare chi merita non dovrebbe precedere gli interessi di bottega?)
Fai anche attenzione a chi intervisti, perché può darsi che dica che l’opera di caio gli è piaciuta, e si dia il caso che è un romanzetto di intrattenimento: i puritani ti accuseranno di fomentare il caos dei valori culturali. Hai voglia a spiegargli che a te ciò che scrive caio non entusiasma, ma i lettori sono tanti e hanno criteri e gusti differenti, che ognuno è libero di esprimere la propria opinione, purché lo faccia con garbo. Oramai ti toccherà indossare il cilicio.
Insomma, finiamola. Non ha senso innescare polemiche senza costrutto.
Siamo tutti sulla stessa barca. E sta affondando.

Possiamo celebrare un testo o denunciarne i limiti, purché lo si faccia con onestà (dopo averlo realmente letto!), consapevoli della fallibilità del proprio giudizio e che sia in un caso che nell’altro si scontenterà qualcuno.
Possiamo apprezzare o meno l’operato di altri editori e giornalisti culturali, ma ricordiamoci che anche loro spendono per i libri tempo e passione e dar credito alle dicerie non è lo stesso che averne una conoscenza diretta.
Possiamo dissentire dal giudizio di qualcuno, ma facciamolo con franchezza ed educazione, in modo da dargli la possibilità di replicare innescando un confronto costruttivo.
Possiamo dare la colpa ai lettori che non si informano e sono magari privi di strumenti di valutazione, ma cerchiamo di trattarli comunque con la cortesia e le attenzioni che meritano gli esemplari di una razza rara.
Possiamo fare tutto questo o allargare la falla nello scafo.
L’importante è che poi, per lo meno, non ci si cominci a fottere pure i salvagenti…

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11 thoughts on “Sulle inutili polemiche letterarie

  1. Salvatore ha detto:

    La prima parte del tuo scritto è la spietata e realistica descrizione del quadro culturale italiano e si potrebbe facilmente parametrizzare per essere applicata a qualsiasi ambito professionale e non.
    La seconda invece appare come il grido disperato di chi, conscio di trovarsi su una nave che affonda, cerca disperatamente di attirare l’attenzione degli altri passeggeri sulla falla che farà inesorabilmente affondare la barca, ma senza riuscirci.
    C’è tanta amarezza nelle tue parole e l’unica cosa che posso augurarti è che si tratti di un periodo negativo passeggero.

    Alla fine se la barca affonda i primi che si salveranno saranno quelli che sanno nuotare.

    • Giovanni Turi ha detto:

      Salvatore, sì, c’è amarezza, ma non rassegnazione. Io credo ancora che un modo diverso di fare cultura e di impostare i rapporti umani sia possibile… Grazie per il tuo commento.

  2. Alessandro Madeddu ha detto:

    La grande passione dell’Italiano fin dai tempi di Dante: la fazione.

  3. Giulia Basile ha detto:

    Caro Giovanni, io sono di parte e non dovrei intervenire, ma sia per l’onestà intellettuale che mi riconoscono, sia perché conosco il tuo equilibrio e il tuo ponderare, sento di dire che la tua analisi, nuda e cruda come si suol dire, la sposo com’è. È la tua serenità interiore che ti fa esprimere giudizi senza ferire. Recentemente ho esperimentato bene quello che dici a proposito dell’editor-recensore, e la differenza che passa tra porgere all’altro il suo giudizio e lo sbatterglielo in faccia, con l’alterigia di Zeus, e magari uno Zeus poppante. Continua, ti prego, a guidare chi scrive e chi legge, come fai, senza usare la frusta dei moderni Farisei.

  4. Sigfrido Mann ha detto:

    Deduco da quel poco che c’è scritto che si tratta di uno sfogo ego-personale di gente che si occupa di informazione, editoria, etc. Ciò che sento di esprimere è che a nessuno importa se l’autore tizio è più quotato dell’autore caio sulla base di chi lo recensisce (può anche piacere il libro di uno sconosciuto scritto male ma se suscita delle emozioni in chi lo legge merita tutta la stima e il rispetto).
    Il problema degli addetti ai lavori rimane in capo agli addetti ai lavori e a nessun altro (una sorta di sterile onanismo di maniera). Semplice autoreferenzialità. Il lettore non li segue, non legge ciò che scrivono, non se ne frega niente di loro. Il lettore disinteressato (vedi me ad esempio), legge quello che gli va e non si fa certamente imboccare da pivelli neo laureati in scienze delle merendine o da vecchi marpioni boriosi con nomi altisonanti da corriere della sera. Ma per quale stralunata ragione dovrei leggere un pincopalla che scrive idiozie solo perchè lo recensisce tizio o perchè ne parla caio?
    Altra piccola pecca: si ha la presunzione di veicolare messaggi, si pensa che il proprio punto di vista sia più reale e vero di altri caricandosi di responsabilità ultraterrene, come dei moderni teologi intenti a imbastire guerre di religione per difendere i propri beneamati dogmi, non riconoscendoli come tali! Mah! Peccato che il lettore legge ciò che gli piace, sceglie ciò che più gli è congeniale all’umore e alla sua anima, indipendentemente dai manuali di “istruzioni per l’uso”.
    E’ da un cinquantennio che non ci sono opere degne di chiamarsi tali. Siamo nell’ultra-post-modernismo, tutto è stato già detto. Ma si è davvero convinti di poter indrizzare, imboccare, veicolare messaggi e gusti con spot pubblicitari o slogan da quattro soldi?
    Devo finire di leggere Dostoevskij, Tolstoj e Stevenson, figuriamoci se perdo tempo con dei trafiletti su un autore che non sa nemmeno in quale epoca storica si trova! Follia pura… certo, ci sono dei grandi autori contemporanei, basta saperli cercare e non nei giornali delle grandi tirature (lo capirebbe anche un neonato!) e nemmeno in uno di quei blog ultraspecializzati in manierismi letterari.
    I romanzi e la letteratura in genere, rientrano nella categoria ARTE e l’arte fa parte del mondo sensibile, non della moda o di quattro “editor” che riescono a stento a strutturare una narrazione, ma per cortesia!

    P.S.: “celebrare un testo o denunciarne i limiti, purché lo si faccia con onestà (dopo averlo realmente letto!), consapevoli della fallibilità del proprio giudizio e che sia in un caso che nell’altro si scontenterà qualcuno”… ma sulla base di quale presunzione umana si celebra o si denunciano i limiti di un’opera? Sono i lettori che fanno il successo di un libro non i giornalisti sloganisti!
    P.P.S.: “Possiamo dare la colpa ai lettori che non si informano e sono magari privi di strumenti di valutazione, ma cerchiamo di trattarli comunque con la cortesia e le attenzioni che meritano gli esemplari di una razza rara”… mi scusi, ma su cosa dovrebbero informarsi i lettori? E quali sarebbero questi strumenti di valutazione che ci mancherebbero? Vorrei capirlo, grazie infinite se me lo spiega.
    Firmato
    un lettore.

    P.P.P.S.: Il perbenismo, i benpensanti, il politicamente corretto, non hanno prodotto nulla di buono nel corso dei secoli… che ben vengano le guerre, ma quelle vere.

    A buon rendere 😉

    • Giovanni Turi ha detto:

      Intanto la ringrazio per essersi preso la briga di lasciare il suo lungo commento, ma in più punti dissento.
      Ci sono testi che il lettore non trova in libreria e dubito che abbia il tempo di sfogliare i cataloghi di centinaia di editori, per cui, anche solo per farsi un’idea di ciò che si pubblica (ed evitare di dire idiozie del tipo “è da un cinquantennio che non ci sono opere degne di chiamarsi tali”) non sarebbe male che desse un’occhiata ai commenti cha altri offrono delle proprie letture.
      L’arte nasce dal genio e dalla tecnica e chi ne ha studiato la storia e innumerevoli opere potrebbe aver appunto elaborato delle competenze che gli permettano di individuarne gli elementi di novità, i virtuosismi o gli eventuali limiti.
      Neanche il qualunquismo ha mai prodotto nulla di buono nei secoli. 😉

  5. Jessica Servidio ha detto:

    D’accordissimo. Ma del resto si tratta anche di rispetto a mio parere. E, come manca in questo campo, di certo poi non va ad allagare altre terre… è una questione di mentalità, di affondare nelle piaghe invece che sanarle, e così non si va da nessuna parte.

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