CONGEDO, un racconto di Michele Lupo

hopper-morning-sunCongedo è un racconto di Michele Lupo pubblicato nei Fuoriusciti – Storie di fughe, ritorni e trascurabili vendette (collana Nuovelettere, Stilo Editrice).

Insomma, non è una bella storia quella in cui sei sempre lì sul punto di farcela e non ce la fai mai. Non ti va di raccontarla. Alle amiche, per dire. Perché mettiamo un giorno Ebe se ne esce con sua sorella e le dice: lei ormai è senza speranza.
Tu pensi un’amica non parla così. Un’amica che è un’amica, naturalmente. Non dovrebbe. E metti conto invece che l’ha fatto. Che l’ha fatto mica così, per scherzo. No, l’ha detto in un modo che poi, quando il giorno dopo ti telefona, la carogna (perché è di una carogna che stiamo parlando), e ti chiede se finalmente ci vai o no a fare questa passeggiata con loro, tu fai su e giù per casa con un fottuto cordless in mano sperando solo che tutto finisca in fretta.
Perché, diciamo le cose come stanno, io ci ho provato, sul serio, magari sbagliando l’approccio, senza la convinzione necessaria. Ci ho provato, ma questa luna piccola e fredda stampata sul vetro della finestra sta lì a ricordarmi che, prima o poi, arriva quel tinnio, stong, assurdo e sgradevole che suona la fine del tempo a disposizione. Del tuo tempo a disposizione. Un suono all’inizio come un ronzio e poi una specie di stridula campana che sfrangia l’interno dell’orecchio.
Dopo c’è soltanto il tempo dell’attesa – per provare di nuovo. Provare a farcela, intendo. Ad aprire quella porta e uscire. Mica per andare chissà dove. Non riesco neanche a immaginarlo un altrove, io. Sto chiusa qui dentro da troppo tempo per immaginare un luogo preciso, un viale, un’autostrada. Prima mi piaceva girare; in macchina specialmente, perché era come non stare da nessuna parte. Come sospesi. Sospesi ma in moto.
Io non ho paura di aprire quella porta. Se è questo che pensano, Ebe e sua sorella si sbagliano. Vorrei che capissero che non è paura. Non più. Io non ce la faccio ad arrivare fin lì, è diverso. Ho cercato di farlo, di mettermi in moto, di arrivare vicino a quella porta, stringere la maniglia e aprirla.
È che fino a qualche tempo fa io mi vedevo che mi alzavo e andavo. Ora no.
Prima che tu faccia una cosa, dico prima che tu faccia una qualsiasi cosa, spostare una sedia, chiudere il gas, sentirti l’acqua della doccia sulla pelle, un attimo prima, almeno un istante prima tu non solo l’hai pensata quella cosa lì, tu ti sei vista che andavi verso la doccia e aprivi il rubinetto dell’acqua: eri ancora in mezzo al corridoio ma già la mano era protesa sul rubinetto della doccia… Per quello che riesco a intendere, tu la vedi quell’immagine, è lei che ti fa scattare come una molla, ti porta via e ti fa diventare ciò che sei.
Me no, rimango ferma. Quel che si muove lo fa da sé, ma sento tutto, intorno. Quando serro la mano sulla maniglia di una porta, sento che qualcosa non va come dovrebbe. Una specie di freddo nella presa, come se al posto delle mani lavorassero pure giunture metalliche – un corpo astratto, non il mio. Che resto fuori, all’esterno.
A volte questo fa male, altre volte non è niente.

Pensare mi affatica.
Mi succede anche con i pensieri degli altri, mi succede che li sento. Sento come girano a vuoto, come procedono a casaccio. Li sento aggrovigliarsi e poi li vedo perdersi. Io sono il morto fresco al centro della stanza: sento la loro paura.
Ieri mi è presa questa cosa di grattarmi sotto le ascelle. Calma nel letto, senza pensieri precisi, di colpo le mani hanno cominciato a correre sulla pelle. Quando me ne sono resa conto loro erano già lì, ossia a grattarmi. Io non mi vedo grattarmi, lo faccio e basta. Volendo dovrei preoccuparmi, ma è il volere che non funziona.
Mi domando quand’è che le cose si sono girate in questo modo. Se c’è davvero qualcosa che nella tua vita a un certo momento si gira nel verso sbagliato. Forse mettersi in testa di scrivere, è questo l’errore?
Me l’hanno chiesto mica una volta sola. Ma perché devi rovinarti la vita scrivendo? Poesie poi.
Io non ho mai saputo rispondere.
E loro: infanzia genitori scuola lavoro marito. Cerchiamo un punto una curva un vuoto hanno detto.
Andiamo! Ehi gente, io non ho voglia di farla lunga, ok?
Al marito poi, lì proprio non ci sono arrivata. Non ho mai visto qualcosa che potessi essere io a caccia di un marito. Andava benissimo così.
Ho girato l’Europa intera in autostop. Una volta portai Ebe con me. Era stupefatta. E io di lei, questo va detto. Vedeva quello che vedevo io: vedeva la spuma nell’aria umida, il tremolio del sole quando era troppo caldo, le ventose che si aprivano sull’orizzonte. E si divertiva da matti. Non faceva che dire oh cazzo, è fantastico, dandosi due pacche sulle gambe. Mi guardava e ripeteva è fantastico!
Dovrebbe saperlo, ricordarselo. Eravamo noi a indicare la strada agli automobilisti. Lisbona Nantes Blumau. Loro si limitavano a tenere il volante, a inseguire la selva di odori che schiudeva una falla dentro la loro noia e si apriva un passaggio verso un’eccitazione nuova. Avevano un’aria sfatta e ammiccante. Commessi viaggiatori, per un giorno diventavano nomadi, anime erranti. Gli potevi vedere il cambiamento, negli occhi. Un bagliore sorpreso. Una gioia. Non l’avevano prima. Allora capivi quanto desiderio premeva, lì sotto, pensavi che avrebbero pure lasciato le loro mogli, se solo glielo avessi chiesto. Che si vedevano farlo. Ma alla fine del viaggio, alla sera, ti salutavano sollevati, per non averli costretti a oltrepassare la soglia. Un rimpianto ridicolo, in quegli occhi intimiditi.

A un certo punto una mattina non mi sono più alzata dal letto. Non mi vedevo più che mi alzavo, se posso esprimermi così. Come non ci fosse più motivo di farlo, neanche igienico se vogliamo metterla in questi termini. La chiamano la prova del nove. Eccola: il mio corpo (per quel che resta di mio) non ha più odore. Almeno, non ne ha per me.
È questo che non va, dicono.
Credimi, ha detto Ebe, non va bene così. Tu devi alzarti.
Le ho sorriso. Non era amore perché l’amore trattiene e io invece non trattengo più nulla. Le ho sorriso perché sapevo che lei non lo sentiva il ronzio. Era da un’altra parte, Ebe. Era salva.
Il cordless è un regalo suo, e un regalo non si discute. Però non c’era bisogno di aggiungere che così era più tranquilla, né di soffiarsi il naso forte, come chi vuole essere compatito per un raffreddore. Dobbiamo sempre impilare una parola di troppo, un gesto inutile. E questa volta non ho sorriso, per evitare di farle male. Non mi piace far pesare la vergogna che gli altri soffrono per le loro azioni.
Però poi la notte dileguandomi nel sogno mi sono scoperta sudata, infuriata. Ho visto Ebe e sua sorella insieme, due teste avviluppate in un’unica torsione, come rami mobili e roteanti di un tronco emerso dalla superficie di un lago. Il dono della poesia era integro ma come un errore, un’indolenza di atomi vani urticanti molesti.
Nonostante la fatica, ho portato pazienza. La poesia era questo, un esercizio di pazienza. Poi infatti ho smesso. Ora non so più che farmene del linguaggio. Ce n’è voluto di tempo.
Nemmeno a loro interessavano le mie poesie. Tranne per quel breve periodo in televisione. Qualche fortunata coincidenza – fortunata si fa per dire: recitare poesie in televisione non faceva per me. Me la cavai, è l’opinione dei più, ma io non ne sono sicura.
A ogni modo, Ebe e sua sorella si son date da fare, e nonostante il fastidio per quelle parole irresponsabili dette per sollevarti, per metterti un po’ in piedi, nonostante i loro inviti per me fossero più che altro un assedio, ho fatto sì che trovassero un varco. Ho detto va bene e ci ho provato. Non so come, forse come viene da un martelletto sul ginocchio, un balzo involontario. O forse per provare a sentire la mia carne, per riprendermela.

Ha dei momenti di lucidità ma è come se non fosse più coesa. È Ebe che parla di me – ogni tanto si ricorda che ha fatto finta di studiare e si esprime di conseguenza. Erano in cucina ad aspettarmi. Ho immaginato sua sorella che annuiva. Quella ragazza per lo più annuisce, specie quando Ebe tira fuori certe parole. Stavo seduta sulla tazza ma sentivo. Mi sono sforzata di star calma.
Loro lo sanno: non ci sono odori qua dentro. È come se la mia carne si fosse ammutolita. Quando gliel’ho fatto notare, Ebe mi ha guardata a lungo. Le ho sentito il respiro contrarsi, ingolfarsi all’altezza del diaframma. Si è presa la testa fra le mani. Poi è stato come se volesse sorridermi ma non ci è riuscita. Infine, ha rialzato la testa. Che razza di animale sei? – la domanda gliel’ho vista negli occhi. E sono scoppiata a ridere, dandole involontariamente ragione. Ho sentito a un tratto i muscoli delle spalle sciogliersi e distendersi. Una sensazione dolce. Lei si è girata di scatto, ha guardato le felpe buttate in un angolo, ha infilato le mani nelle tasche dei pantaloni e fatto su e giù per la stanza. Poi dal corridoio ha visto il televisore, spaccato.
Ho avuto un momento di nervosismo, capisci, niente di che. C’era quella con il numero telefonico in sovrimpressione (mi pare si dica così) un 899 eccetera. LUANA CASALINGA NAPOLETANA. Col numero all’altezza dell’inguine… Una musica lounge e lei che non finiva di passarsi le dita lì in mezzo.
Ma che dici – Ebe di rimando.
Sì, e poi sempre in sovrimpressione un altro numero di telefono e la scritta ASCOLTA IN SILENZIO, ROSSANA PROFESSIONISTA DI TORINO. Questa era meglio, più soda e sbarazzina.
Cristo, ha sibilato, ma l’hai distrutto.
Mi son anche divertita. ZITTO E GODI CON VERONICA, mi stavo divertendo, davvero.
Con questo vaso, l’hai spaccato con questo vaso?
È che a un certo punto hanno oscurato tutto e al loro posto c’era un tizio che mangiava telline in un’isola tropicale.
Ebe ha continuato a fissarmi.
Sul serio, pare fosse un giornalista che avevano mandato in un’isola tropicale a mangiare telline per vedere quanto tempo resiste un giornalista della televisione in un’isola tropicale a mangiare telline.
Ti prego, ascoltami, ha detto Ebe. Tu non puoi continuare così.
L’ho guardata… Stai tranquilla: è tutto sotto controllo.
Sua sorella se ne stava ficcata in un angolo. Secondo me se la stava facendo addosso.
Sapete, è stato lì che mi sono innervosita. Ho cambiato canale e ho trovato uno che diosanto quanto le sparava grosse. Voleva farmi vedere un condannato a morte in una cella del Texas. Proprio così, Texas. Ha detto vedrete, sarà uno spettacolo sensazionale: lo trasmettiamo per dovere di cronaca.
E quando sarebbe successo tutto questo?
Ieri sera, è successo ieri sera tutto questo. Poi il presentatore ha annunciato: fra un quarto d’ora lo aspetta la sedia elettrica, rimanete con noi dopo la pubblicità.
(L’occhiata che si scambiano le due non mi fa piacere ma faccio finta di niente.)
E poi sono apparsi in fila mutandine detersivi popcorn e dopo più nulla, voglio dire né sedia elettrica né niente.
Tu non puoi rimanere qui da sola.
D’accordo. D’accordo (vorrebbero mettermi il pannolino. Vorrebbero vedermi ricomposta. Vorrebbero che mi fiondassi lungo la tromba delle scale).
Vuoi sapere che cos’è successo dopo? C’era una grande folla che esultava. Mi ascolti? Fanfare di vittoria, le hanno presentate così. Solo propaganda, diceva un altro. Ho finito di innervosirmi.
In che senso? Ebe mi ha chiesto in che senso.
Perché fanfare sì fanfare no, non è che poi telefoni a questi per farti spiegare. Seminano incognite, più che altro, alla televisione, non trovi? Allora ho cambiato un’altra volta e ho visto un tale con una giacca a vento che tirava fuori una bomba: una macchina è esplosa con un fragore pazzesco.

Un terrorista, ha commentato quello del telegiornale.
Ebe ha scosso la testa.
Un terrorista!

Neanche nel servizio appresso si capiva granché. Si vedeva un uomo dall’incedere strambo. Era evidente che ci stava pensando, al fatto che camminava. Lui era lì che pensava: cammina e fai andare i piedi.
Come?
Sì, insomma, vedo questo che s’ingarbuglia, si sbilancia, va pure all’indietro. Dov’è che si dirige questo qua? Era un uomo abbronzato; aveva i baffi, mi pare. E alla fine quando sono tornata nell’isola tropicale ho proprio perso la pazienza.
Non pensi che ti farebbe bene prendere un po’ d’aria?
Sto benissimo, ragazze. Sul serio.
Vedo le parole che si vanno fabbricando nel suo cervello. O forse già le conosco a memoria: non parlo per me, ma per te. Lo dice da par suo, pronta. Sempre in tiro, pettinatura giusta e tutto quanto.
Certe persone galleggiano nel vuoto ma non lo sanno: ho rinunciato ad aprire bocca all’ultimo momento perché non era propriamente una frase, era il verso di una poesia che ho scritto una volta. Una specie… Che io poi le cambio sempre un po’. Faccio varianti ai miei classici. E poi non volevo rischiare il drammatico, il groppo in gola.
Marta…
Sì? Un po’ d’aria, dite?
Quando poi lo capiscono, quando se ne accorgono si scambiano un’occhiata di biasimo – rivolta a me. Fanno presto i vermi a seghettarti la scatoletta cranica e occupare la polpa che c’è dentro (anche questi versi me li sono tenuti per me).
E anche se volessero, Ebe e sua sorella, anche se volessero non ce la farebbero: arrivano sempre con un attimo di ritardo, un attimo dopo lo scricchiolio, senza sentire crepe nel significato delle cose.
Marta, per favore.
i-fuoriusciti-copertinaEbe si ritrae spaventata a morte, perché senza saperlo intuisce che io in quella crepa ci vivo. Così l’ho risparmiata, intendo dire mi sono alzata un attimo prima che pronunciasse un’altra delle sue frasi inutili. Gliel’ho vista depositarsi sulle labbra, triste come una cosa insopportabilmente triste, e morire.
Sono tornata in bagno. Ho misurato con i passi la casa, le sue proporzioni. Lancio uno sguardo negli angoli bui, vado a caccia di tarli nei pertugi del legno. Vedo la sorella di Ebe in cucina armeggiare con due buste di spesa. Torno indietro. La ragazza sistema in silenzio nel frigo le cose che ha comprato. Stamattina stava per darmi un bacio ma poi ha rinunciato. Povera ragazza.
Eri impacciata con quel tessuto plissettato della gonna. Ti invecchiava e forse lo sapevi. Sei sempre stata frenata. Tu non lo sai ma Ebe con me ti rimprovera sempre. Non dico sia cattiva, dico che odia tuo marito e la vita che ti fa fare, e credo non te lo perdonerà mai.
Mi rifugio in bagno. Il bagno è una vacanza, una distrazione. Forse è solo una tappa di avvicinamento, come la poesia. Una tappa di avvicinamento a non so cosa.

Mi hanno rifatto il letto, nel frattempo, e cambiato le lenzuola.
Mi porto dietro le mie poesie e mi sistemo. Le amiche certe volte fanno di tutto per annoiarti e ciononostante non volevo offenderle addormentandomi davanti a loro.
Ebe mi ha guardata, senza pronunciare niente stavolta. Parole gliene ho lasciate dire tante e ho smesso da un pezzo di rispondere. Ha scosso ancora la testa. Ha due movimenti fissi Ebe, da un po’ di tempo a questa parte. Scuote la testa e dilata gli occhioni. Ho fatto altrettanto con i miei. E visto che non se ne andava, la signorina, e stava lì come uno spettro, alla fine le ho dato soddisfazione. E le ho detto: hai paura?
È scattata in piedi nervosa. Ci sentiamo nei prossimi giorni – ha evitato di baciarmi, per fortuna.
Sua sorella subito dietro perché il marito aspetta la cena. Mi ha fatto un sorriso mesto piccolo piccolo. Anche tu che bisogno avevi. Perché aggiungere male ad altro male? Una pena obbligarsi a commiserare la mia solitudine.
E Teo? Un saluto può bastare… è per il tuo bene.
Qua siamo tutti bravi a fare il nostro bene. A ‘sto mondo c’è una montagna di bene da far schifo. Se ce ne stessimo un po’ fermi, tutti, ogni tanto. Un po’ in silenzio, avrei voluto dire.
Ma un uomo in certi casi… – Ebe parla, gli altri ascoltano. Io devo vedere Teo. Sua sorella deve separarsi dal marito. Ebe le cose le sa. Il bello è che Teo è stato così stolto da rivelare a quelle due la sua misera strategia: ho aspettato per anni, posso aspettarla ancora.
Dissuadetelo, ho detto a Ebe. Nelle sagome che nel sonno mi passano davanti lui non c’è mai, neanche come fastidio. Significherà qualcosa, questo. Dissuadetelo.
Difficile, ha detto lei, Teo è sicuro che una donna sofferente non può aver voglia di restare sola.
Sono una persona tollerante ma c’era di che prenderle a schiaffi.

Scusa Marta, sono sempre io.
Non ho fiatato – ci avrei giurato che era Teo. Al suo terzo tentativo in una giornata, quella di ieri, di cui avrei fatto volentieri a meno.
Pronto. Mi senti?
Ho pensato che il suo stesso respiro potesse inghiottirne le intenzioni maldestre e risucchiarlo all’indietro, rimetterlo al suo posto.
Volevo…

Scusa Marta, è solo che…
Sì Teo, l’hai già detto, davvero. L’hai già detto tre volte nell’ultima settimana.
Ti secca? – ha fatto lui con una voce dolciastra che gli avrei sparato. È sempre stato il suo difetto peggiore. Mica l’unico, ma il più insopportabile.
Non è che mi secca. È che lo trovo inutile, tutto qui.
Dio santo, Marta queste non sono cose che uno dice perché sono utili o inutili.
E allora tanto vale tacere, non credi?
Perdonami, ma uno dice quello che sente.
Uno chi? – ho fatto io.
Uno, per dire…
Ma io non sono uno, non lo sono mai stata. Te lo giuro, Teo, non ho nessuna intenzione di diventare uno.
Potresti smetterla di fare la sciocca, per favore? Accidenti, potresti cercare di smetterla una buona volta?
Ridere, poteva venirmi da ridere. Ma c’era troppa pena, dentro quel telefono. E insistendo non faceva che peggiorare la situazione. Speravo che questa volta lo capisse da solo.
Se senti dentro che hai bisogno di dire una cosa, lo fai e basta, ha aggiunto.
Dentro? Hai detto dentro?
Sì, tu non senti niente dentro?
N… no, non mi pare; non credo in questo momento. È grave, Teo?
Perché parli così?
Così come?
Ti sembra un tono normale?
Un tono normale… Ci dovrei pensare, Teo. Non ho molta voglia di pensare a qual è il mio tono normale.
Ha attaccato.
Pensi ora va meglio, ora te ne stai un po’ per i cavoli tuoi. Chissà, metti ti viene voglia di iniziare qualcosa. Metti che in un paio d’ore riesci a decidere se alzarti o no. L’alveare, per esempio. Potrei riprovare con l’alveare. Piano piano ho imparato le istruzioni a memoria. Prima o poi dovrei farlo. È dalle piccole cose che si ricomincia, non mi ricordo più se l’ha detto Ebe o questo insanabile cretino. Che ha richiamato un minuto dopo.
Potresti dirmi che cosa ti ho fatto io?
Ho sbuffato. Il che significa che sono ancora in grado di sopportare. Io. Io questo io quello. Io non dico niente spacciandolo come mio, perché nessun pensiero sono io se non nell’istante in cui mi viene o io vengo a lui per il tempo necessario a sentirne l’inconsistenza.
Senti, mettiamola così: non sono offesa, va bene? È solo che non mi va di passare la giornata al telefono e…
Sei arrabbiata soltanto per questo? Dimmi, è soltanto questo?
Senti Teo, io non…
No, stai zitta per favore. Non voglio sentirtelo ripetere.
E sia. Piantiamola con questa storia, d’accordo?
Ma non puoi essere così cinica, Marta. Che bisogno hai di parlarmi così?
Oddio, ti stavo solo salutando.
Io non posso aspettare tutta la vita che tu… che tu la smetta di startene nella tua casetta ad allevare conigli e ti decida a…
È quello che credo anch’io. Non so più come fartelo capire: non devi aspettare.
Eri quasi meglio quando passavi ore intere a scrivere.
Dacci un taglio, Teo.
È per quel libretto vero? Se quel libretto di versi fosse andato in porto…
Così gli ho attaccato il telefono in faccia.
Ha richiamato subito.
Io non credo di poter reggere ancora per molto, ha detto.
Che lui non poteva reggere ancora per molto. Ha detto proprio così. E allora ho poggiato il cordless sul petto. Ho acceso una sigaretta. Teo continuava a lamentarsi – un acaro che squama per inquattarsi in una possibilità di futuro. Proprio a me viene a domandare speranza?
Ho riaccostato il telefono all’orecchio.
Ma mi senti, per favore rispondi… Io… io sono due anni che te lo chiedo in ginocchio, Marta, per favore, ragiona. Non puoi continuare a vivere in mezzo alle bestie come se gli uomini fossero dei mostri.
Per dio, non ho mai detto che gli uomini sono dei mostri, ho risposto, non l’ho neanche mai pensato. Capisci che non è questo.
Sì, lo so qual è il punto: troppe cose ti sono andate storte, sei amareggiata, sconfortata, e adesso…
No, aspetta…
Sì, lo so che cosa vuoi dire, che hai bisogno di riposo, l’aria pulita eccetera. Ma non puoi essere felice, Marta, tu…
Teo!
Marta, io vorrei sposarti.
È stato in quel momento che ho acceso il televisore.
Marta! Mi ascolti?
Ho sospirato e gli ho detto con educazione quello che lui si ostina a non voler capire.
Non ti amo, Teo.
Ti avevo chiesto di non…
E anche in caso contrario sarebbe lo stesso.
Ma tu hai bisogno di me, Marta.
Ti sbagli, ho risposto.
Veramente non sono sicura che lui avesse parlato di bisogno. Avevo gli occhi tesi verso il giornalista; per le orecchie era solo rumore, come acqua rimestata in un secchio.
Non è possibile, non è possibile… Non posso crederci, Marta.
Dio mio, stava piagnucolando come un bambino. Per non sbagliarmi ho detto: devo lasciarti, Teo.
Non posso crederci. Non ce la faccio.
Ho respirato profondamente. Ho portato l’apparecchio un po’ più giù, sulla mascella. Ho stretto i denti.
Non ce la faccio, ha ripetuto.
Non ce la fai?
Sì, ma insomma non voglio farti pesare, davvero, scusa… ma non sei sola?
Certo che sono sola!
Perché ti arrabbi?
Perché sto guardando la televisione, Cristo! Ecco perché.
È che io sono sicuro che tu in fondo…
Che in fondo avrei voglia di spararti in un occhio.
Scusa Marta, scusami. Non fare così.
Cosa diavolo aveva da tener su quel sorriso fesso? Sto parlando del giornalista. Sapeva già che poco dopo nello spot c’erano i pannolini? Ho fatto scivolare il cordless nella tasca della vestaglia e sono andata in bagno, a pisciare. Per pisciare mi alzo, sì. Pisciare mi pare che renda i miei pensieri più chiari. Stavo sulla tazza del cesso la mattina in cui capii che non era più come all’inizio. All’inizio qualcosa come una paura c’era stata, sì. Ogni luogo mi sembrava sbagliato, ero dappertutto fuori posto. Come se ovunque si celasse una minaccia, o qualcosa del genere. Allora li prendevo sul serio, quelli. Infanzia genitori scuola lavoro marito. Ero una persona normale, mediamente normale. Un’infanzia mediamente schifosa, genitori scuola lavoro mediamente schifosi. Normale.
Be’, mi piaceva vivere. In quanto agli uomini, fatto salvo che un maschio fisso dentro casa non lo auguro a nessuno, l’ultimo che ci provò con me lo ricordo solo perché ciò che provò a fare, in Alsazia, non gli sarebbe riuscito neanche se ne fosse stato più convinto, se vi avesse creduto sino in fondo. E l’una e l’altra cosa, il ricordo e la goffaggine di quell’uomo (era un guardiano dello stadio), hanno una sola origine: un silenzio irreale. Perché dalla nudità degli spalti saliva su una specie di grido, come se fossero pieni, come se si moltiplicassero ammucchiandosi una fila sull’altra; mentre lui tentava di spingermi contro il muro, la luce impietosa del pomeriggio lo bastonava come un clamore di occhi piantati contro di lui, di raggi trafitti contro il suo sesso. Contro la sua volontà. Un boato, ecco cos’era. Un boato sconfinato.
Poi, dopo quel calcio lì in mezzo e l’uomo che si accasciava per terra, dopo aver corso per tutto il giorno senza una meta precisa, dopo è cambiato tutto. Con il tempo, mi si è accucciato da qualche parte un pensiero, in un primo tempo non volevo definirlo, ma poi è cresciuto abbastanza da non poterlo più nascondere. E cioè che fossi diventata io stessa uno sbaglio. Perché uno sbaglio dev’esserci da qualche parte, ho pensato, in una che a un certo punto smette di vedersi lontana da un qualunque posto che non sia il suo letto.
Sono iniziati presto i richiami le preghiere le suppliche. Oh, Ebe, le ho detto, sapresti vivere immaginando la morte di un altro?
Come dici?
Era un verso che avevo scritto da giovane. Sentivo un formicolio, una ridda di vermi che mi strisciavano intorno. Per un po’, ho parlato con le mie poesie. Ho voluto credere di guarire la malattia in modo omeopatico, ma era l’ennesimo errore.

Marta, ci sei?
Ho preferito guardare lo schermo. Alla fine – ed è quello che mi ha dato proprio sui nervi – alla fine hanno fatto vedere un tipo, uno molto distinto, che si è avvicinato a un monumento e ha scosso la testa. Era quasi impercettibile, ma se osservavi con attenzione vedevi che faceva sì no sì no. È un dialogo con un milite ignoto, hanno detto. Ti lasciano secca così, certe volte, capisci. E così ho preso uno scarpone e gli ho tappato la bocca. Invece è esplosa una fiammata che mi ha scaraventata all’indietro. La versione che ho dato a Ebe era solo un modo per ricambiare il suo regalo. Intrattenimento di classe.
Quando ho portato il telefono all’orecchio mi sono accorta della scheggia di vetro incuneata sotto il polso. E del filo rosso che colava per terra. Teo era lì che aspettava.
Pronto, ho fatto.
Sì, pronto. Cos’è stato?

Ho sentito come uno schianto.
Lo hai sognato, Teo.
Marta!
Buonanotte.
Aspetta. Soltanto una cosa, Marta, rispondi soltanto a questa cosa qua. Pensi davvero che in fondo tu…
Oh!
Ok, ho capito. Ok. Pensi di non uscire neanche stasera?

Vuoi che non ti chiami più? È questo che vuoi?
Sì, forse è meglio Teo, è meglio che non mi chiami più.
Ma io non ci credo che tu… che… Tu Marta non puoi volere questo.
E cos’altro ha detto dopo non lo so. Il cordless l’ho menato dalla finestra con tutto il sangue che ci schizzava dietro.
Oh, anche questa notte è colma d’echi la terra, e di grida.

Qui trovate un paio di recensioni dei Fuoriusciti:
http://www.lankelot.eu/letteratura/lupo-michele-i-fuoriusciti.html
http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2011/01/20/michele-lupo-i-fuoriusciti/

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