NARRATORI DEGLI ANNI ZERO a cura di Andrea Cortellessa, recensione

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Narratori degli Anni Zero, antologia a cura di Andrea Cortellessa, «L’illuminista», n. 31-32-33, anno XI, Edizioni Ponte Sisto, 2011, pp. 702.

Dopo l’antologia Poeti degli Anni Zero curata da Vincenzo Ostuni, il quadrimestrale diretto da Walter Pedullà, «L’illuminista», ha assegnato al critico Andrea Cortellessa il compito di tracciare un bilancio della nuova narrativa italiana e di indicarne gli esponenti più rappresentativi: Narratori degli Anni Zero ne prende in considerazione ben venticinque. Cortellessa sottolinea subito che «ci sono infinitamente più cose nella prosa e nella narrazione “reali”, oggi in Italia, di quante ne prescriva l’odierna filosofia del romanzo» (p. 17), in continuità con Alfonso Berardinelli e quanti accusano la tirannia della forma romanzo nella produzione editoriale; vengono così privilegiati i virtuosi della scrittura rispetto ai “creatori di mondi” e, meritoriamente, particolare attenzione è riservata anche ad autori e raccolte di racconti – sebbene come unico criterio di selezione sia stata indicata la qualità letteraria non «limitata all’autosufficienza espressiva dello stile […], la costruzione narrativa non è affatto una variabile accessoria dei testi; né può esserlo per me la loro “trama ideologica”» (p. 25). Viene invece seguito con maggior fedeltà il principio di non osservare «alcun criterio geografico né (anagraficamente) generazionale» (p. 23) nella scelta dei narratori antologizzati; quanto al limite temporale (gli Anni Zero), sono presi in considerazione coloro che hanno raggiunto – talvolta anche solo fatto intravedere… – la propria maturità artistica nel primo decennio del nuovo millennio e, di conseguenza, l’ordine con cui vengono indicizzati è stabilito dall’anno di pubblicazione della loro prima opera letterariamente compiuta.
Alla prefazione di Walter Pedullà, seguono l’introduzione di Andrea Cortellessa e le venticinque sezioni (una per ciascuno scrittore), divise in presentazione critica dell’autore, biografia, assaggi narrativi, dichiarazioni di poetica e silloge di giudizi critici. La mole dell’opera (circa 700 pagine) ha reso possibile offrire al lettore anche ampi estratti delle opere menzionate – che peraltro il curatore ha saputo selezionare con grande pertinenza –, rendendo Narratori degli Anni Zero, più che un testo di semplice consultazione, un’esperienza concreta di lettura attraverso la pluralità della produzione narrativa italiana di questi anni.
Ma veniamo ai venticinque autori e alle specificità che li hanno resi degni di entrare nel novero dei prescelti: Tommaso Pincio, per aver saputo portare al punto di massima tensione le tendenze del postmoderno già a partire dal suo esordio M. (ma viene presentata l’intera sua produzione a eccezione, chissà perché, della Ragazza che non ere lei); Paolo Nori, per la libertà e l’inventiva stilistica con cui ha esibito vita e compromessi di uno scrittore in Bassotuba non c’è e Diavoli (ma non viene trascurata nemmeno la formazione da slavista, che emerge con forza in Pancetta); Ugo Cornia, per la prosa fluviale e speculativa con cui rende conto della disgregata realtà, a partire da Sulla felicità a oltranza sino a Operette ipotetiche; Antonio Pascale, per lo sguardo della Città distratta «che è insieme antropologico (con quel tanto di impersonale che è connaturato alla disciplina) e appunto narrativo (nel correggere cioè, tale attitudine analitica, con la partecipazione affettiva alle situazioni)» (p. 137); Francesco Permunian, per la sua claustrofobica scrittura della nevrosi in Cronaca di un servo felice, Dalla stiva di una nave blasfema e La casa del sollievo mentale; Nicola Lagioia e Christian Raimo, per il loro postmodernismo critico, che ha portato Lagioia a quello che viene ritenuto il perfetto equilibrio di Occidente per principianti – tra gli eccessi di Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi) e la normalizzazione (che per Cortellessa diverrebbe banalizzazione) di Riportando tutto a casa – e Raimo alla scrittura funambolica e monologante, che peccherebbe di «inconcludenza narcisistica» (p. 215), dei racconti di Latte e Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro?; Leonardo Pica Ciamarra, per aver saputo rendere conto, in Ad avere occhi per vedere, dei meccanismi di coercizione e controllo dell’odierna società; Laura Pugno, per il bisturi della sua parola tra le pieghe della realtà (Sleepwalking) e dell’irrealtà (Sirene); Franco Arminio, inclassificabile sia nella posa/prosa da paesologo, da Viaggio nel cratere a Nevica e ho le prove, sia in quella da sensitivo di Cartoline dai morti; Paolo Morelli, per le sue invenzioni linguistico-letterarie da «comico e folle trattatista» (p. 314), particolarmente in Er Ciuanghezzù e Il trasloco; Emanuele Trevi, per «aver varcato per intero quella linea d’ombra […] che divide – e insieme congiunge – la scrittura critica dalla scrittura tout court» (p. 338), già nei Cani del nulla. Una storia vera; Giorgio Falco, più che per aver mostrato la precarietà dei lavoratori (Pausa caffè), per aver saputo ritrarre la desolazione contemporanea e la disgregazione del tessuto sociale nei racconti dell’Ubicazione del bene; Giuseppe A. Samonà, per lo sperimentalismo enciclopedico di Quelle cose scomparse. Parole; Eugenio Baroncelli, per il biografismo compulsivo e conciso con cui scruta la vita attraverso la morte (da Outfolio. Storiette scivolate da un quaderno durante un trasloco a Mosche d’inverno. 271 morti in due o tre pose – non era ancora stato pubblicato Falene. 287 vite quasi perfette); Ornella Vorpsi, per la sua scrittura franta, visiva e spietata già nel sorprendente esordio del Paese dove non si muore mai (ma viene, qui, integralmente riproposto solo Vetri rosa); Luca Ricci, in quanto virtuoso del racconto breve che sfida la forma e si compone di omissioni (L’amore e altre forme d’odio), ma altrettanto talentuoso in quello lungo (La persecuzione del rigorista); Luca Rastello, per aver saputo scrivere “il” romanzo degli anni Settanta, Piove all’insù; Roberto Saviano e Babsi Jones, per i loro radicali esperimenti di autofinzione (generati dalla Rete), ossia l’uno per la potenza figurale (nonostante gli eccessi retorici) di Gomorra, l’altra per l’esplosione di energia (sebbene nutrita di odio e volontà vendicativa) di Sappiano le mie parole di sangue; Andrea Bajani, definito l’unico “autentico romanziere” fra gli esordienti negli Anni Zero scelti, per la lingua del dolore con cui ha vergato Se consideri le colpe e Ogni promessa; Francesco Pecoraro, in quanto cantore spietato delle “guerre quotidiane” in Dove credi di andare e Questa e altre preistorie; Giorgio Vasta, per il tentativo irrisolto di arginare con la scrittura l’indistinto (e la deriva civile e morale) nel Tempo materiale e Spaesamento; infine Gabriele Pedullà (per Lo spagnolo senza sforzo) e Gilda Policastro (per la lingua del disturbo del Farmaco), entrambi formatisi come critici e autori.
andrea_cortellessaBasta dunque il gran numero delle opere più o meno note considerate (sovente di piccoli e medi editori) per sottintendere come Cortellessa rivendichi l’assoluta indipendenza del suo giudizio da mode e tendenze che ben poco hanno a che spartire con la suddetta qualità, così come non ritenga esautorato il ruolo del critico dalla spropositata quantità di pubblicazioni, anzi, par quasi di udire in sottofondo un “più letteratura, per favore!”, ribaltando la provocazione di Filippo La Porta. E almeno questi sono indiscutibili meriti. Poco senso avrebbe, del resto, dar conto degli esclusi, o contestare alcune scelte: come sottolinea Walter Pedullà «le antologie sono scommesse» (p. 9) e Narratori degli Anni Zero lo è senz’altro.

[Giovanni Turi]

Articolo pubblicato su «La Rassegna della Letteratura italiana» (Casa Editrice Le Lettere), anno 117°, serie IX, n. 1, gennaio-giugno 2013.

 

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One thought on “NARRATORI DEGLI ANNI ZERO a cura di Andrea Cortellessa, recensione

  1. […] tutte pubblicate da Einaudi. Il suo nome risulta tra quelli antologizzati da Andrea Cortellessa in Narratori degli Anni Zero (riproposto lo scorso anno da L’Orma con il titolo La terra della […]

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