Francesca Scotti – Professione scrittore 6

francesca scotti

Francesca Scotti ha esordito con la raccolta di racconti Qualcosa di simile (Italic), che si è aggiudicata il Premio Fucini 2011, e ha recentemente pubblicato il romanzo L’origine della distanza (Terre di mezzo).

Quando e perché hai iniziato a scrivere? Quali sono i tuoi modelli letterari?
Il mio primo foglio bianco è stato il muro di casa: “Se impari a scrivere potrai farlo sulle pareti”. Avevo cinque anni e mio padre non dovette ripetermelo: imparai sia con la destra sia con la sinistra nell’entusiasmo di lasciare il mio segno in ogni stanza.
Per quanto riguarda la domanda sul “perché”, credo che un modo per sfuggire al quesito – che mi mette in difficoltà – sia risponderti “Perché ho un ego smisurato”. Il che, probabilmente, non è del tutto falso. Cercando però una risposta “seria” posso dirti che scrivo per scoprire quello a cui sto pensando, per incontrare ciò che mi piace e ciò che mi manca. Scrivo per necessità di comunicare, per condividere e conoscere. Per guardare, vedere e ascoltare. Scrivo per far tacere quella vocetta che mi dice “stai perdendo tempo quando invece potresti scrivere”.
Scrivo e prendo in prestito le parole di Sant’Agostino: “Se non mi chiedono cosa sia il tempo lo so, ma se me lo chiedono non lo so”.
I miei modelli letterari? Sono una lettrice onnivora, ogni volta che apro un libro nuovo ho sempre la speranza e l’emozione di trovarmi davanti a un capolavoro, di scivolare dentro la tana del Bianconiglio come Alice. Amo Ogawa Yoko, Alice Munro, Elizabeth Strout ma anche Franzen, Ford, McCarthy. Mi piacciono le graphic novel (sul mio comodino ci sono Il gusto del Cloro, di Bastien Vivès, I kill giants, di Joe Kelly, e uno spazio libero che attende con impazienza Il Nao di Brown, di Glyn Dillon), la poesia e le serie tv.

Come hai trovato l’editore con cui hai esordito (Italic) e come mai sei poi passata a Terre di Mezzo?
Marco Monina di Italic ha letto la mia raccolta di racconti e, nonostante il terrore che l’editoria italiana ha nei confronti delle short stories, ne ha sostenuto la qualità e ha deciso di pubblicarla. È stato molto importante per me lavorare con una casa editrice piccola ma di grande serietà, artigianale e che ha visto nascere tanti bravi autori italiani (Desiati, Pallavicini, De Silva…).
Per quanto riguarda L’origine della distanza, Terre di mezzo, in occasione del primo anniversario dello Tsunami che ha travolto il Tohoku nel 2011, mi ha proposto di scrivere qualcosa per il loro blog, Le parole necessarie. Da questa piccola collaborazione sono sorti sia la curiosità dell’editore per il “mio” Giappone e sia per me il bisogno di ripercorrere, in chiave narrativa, i mesi del mio trasferimento a Kyoto. Così è nato un libro che racconta l’energia delle relazioni, l’estraneità, la curiosità per ciò che appare tanto differente, l’amore e la sua ricerca anche nei dettagli.

Chi sono stati i tuoi editor e che rapporto hai avuto con loro?
Lavorare sul testo mi piace molto, mi piace vederlo migliorare, mutare, assumere la forma “esatta”. In questo momento sto lavorando con Raffaella Lops con la quale ho trovato una dimensione di scambio e rielaborazione intensa e molto utile. Il suo è un approccio al testo differente rispetto a quelli che ho sperimentato in passato, di grande sensibilità ma sempre lucido e mai pericolosamente empatico.

Un consiglio agli aspiranti scrittori?
Questa è davvero difficile e quindi mi appoggio ai consigli che personaggi ben più autorevoli hanno dato:
Virginia Woolf:
http://bur.rcslibri.corriere.it/libro/5831_consigli_a_un_aspirante_scritt_woolf.html
Neil Gaiman:
http://www.brainpickings.org/index.php/2013/09/11/neil-gaiman-advice-to-writers/
Giulio Mozzi:
http://libri.terre.it/libri/collana/0/libro/355/Consigli-tascabili-per-aspiranti-scrittori

Qui le precedenti interviste a Omar Di Monopoli (ISBN Edizioni), Elisa Ruotolo (Edizioni Nottetempo), Paolo Cognetti (minimum fax), Ignazio Tarantino (Longanesi), Flavia Piccinni (Fazi, Rizzoli):
https://giovannituri.wordpress.com/category/professione-scrittore/

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MIA MOGLIE E IO di Alessandro Garigliano, recensione su PugliaLibre

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Mia moglie e io (pp. 234, euro 15) è il brillante romanzo d’esordio di Alessandro Garigliano, il cui nome sarà senz’altro noto agli assidui lettori del blog culturale minima&moralia; a pubblicarlo è la barese LiberAria Editrice nella collana Meduse.
Quella di Garigliano è una scrittura ricercata e a tratti onirica, che si avvita su se stessa con ironia creando gorghi che talvolta rilasciano senso e talvolta lo occultano; dopo lo straniamento iniziale, il lettore ne rimane irretito, sebbene il ritmo narrativo non sia incalzante e la trama possa apparire un po’ sfilacciata – nonostante l’innegabile solidità strutturale dell’opera.
Si alternano le sezioni Tempo determinato e Tempo indeterminato; nelle prime vi sono gli impieghi precari che il protagonista-narratore racimola «nell’odierno bungee jumping sociale che ti costringe all’ebbrezza del salto nel vuoto per poi, dopo pochi mesi, risucchiarti con un vertiginoso rinculo alla medesima altezza colma di smarrimento da cui eri partito»: si ritrova così a fare il manovale in un cantiere edile, l’impiegato di un ufficio di collocamento, il commesso in libreria. Nelle sezioni che vanno sotto il titoloTempo indeterminato, invece, è la dimensione coniugale a essere raccontata, lo stillicidio di un’esistenza vuota i cui unici fremiti vitali sono dati dall’adorazione della propria moglie [continua su PugliaLibre].

E COSÌ VORRESTI FARE LO SCRITTORE di Giuseppe Culicchia (più o meno una stroncatura)

E-così-vorresti-fare-lo-scrittore-CulicchiaE così vorresti fare lo scrittore è un pamphlet di Giuseppe Culicchia sulla (meschina) esistenza degli scrittori, pubblicato da Editori Laterza. Lo si potrebbe recensire facendo il verso all’autore, ossia sottolineando come rispetti in pieno il consiglio che dà a coloro che si trovino a pubblicare: tirarsela. «Per come funzionano le cose nel dorato mondo delle Lettere italiane, infatti, ben presto imparerai a tue spese che solo e soltanto tirandotela verrai preso sul serio da critica, stampa, pubblico e dai famosi addetti ai lavori.»

O si potrebbe anche riportare parzialmente il giudizio che una tale Sarah affibbia su Ibs alla Strada di McCarthy: «se uno non ha niente da dire non è obbligatorio che scriva»; ebbene Culicchia lo prende come sommo esempio dell’assurdità di certi giudizi che vengono elargiti in Rete (e dunque sull’inutilità del curarsene), ma è anche ciò che si pensa leggendo diverse delle pagine di E così vorresti fare lo scrittore.
In tal modo, però, si correrebbe il rischio di replicare il limite maggiore di questo libretto: quello di voler risultare ironico e brillante a ogni costo. Peccato, perché Culicchia riesce spesso a esserlo quando non tira troppo la corda (e quando non se la tira più di tanto).

Il testo è tripartito in tre macro-sezioni (Brillante Promessa, Solito Stronzo, Venerato Maestro) i cui titoli si richiamano alle parole di Arbasino: «stando alla celeberrima e assai efficace tripartizione arbasiniana, se e quando pubblicherai la tua prima opera verrai iscritto d’ufficio al club Brillante Promessa. Dalla seconda opera in avanti, invece, ti ritroverai incasellato alla voce Solito Stronzo. Finché, in età ormai avanzata, ti verrà riconosciuto il titolo di Venerato Maestro». Le ultime due sezioni sono per lo più una ripetizione con variazioni minime di quanto già espresso nella prima (e soprattutto in Venerato Maestro si susseguono paragrafi brevissimi e inconsistenti – avrebbe potuto uscirne meglio ammettendo semplicemente che si tratta di uno status che non ha ancora raggiunto). Continua a leggere

Intervista a Stefano Izzo, editor della narrativa italiana Rizzoli

rizzoli-libriStefano Izzo è editor della narrativa italiana Rizzoli e redattore di Granta Italia.

Quale percorso formativo e professionale ti ha portato a diventare editor Rizzoli?
Per entrare in una casa editrice, soprattutto una come la Rizzoli, a volte non basta avere talento, cultura, idee. A volte serve un colpo di fortuna, essere la persona giusta al momento giusto. Nel mio caso il colpo di fortuna si chiama Stefano Magagnoli, che nel 2005 fu casualmente ospite nell’agriturismo dei miei genitori nella campagna senese. All’epoca mi ero da poco laureato e lavoravo in un call center, covando il vago sogno di lavorare “intorno ai libri”, senza avere in verità alcuna consapevolezza di cosa si facesse realmente in una casa editrice. Avevo fatto vari tentativi, ma il massimo che avevo ottenuto era la possibilità di lavorare gratis per 12 mesi presso un editore scolastico: offerta rispedita al mittente. Magagnoli invece era un importante dirigente Mondadori (aveva da poco pubblicato Il Codice da Vinci…) e saltò fuori che cercava qualcuno che fosse giovane, intelligente, ma soprattutto avesse molta “fame”. Mi sono presentato, seduto di fronte a lui e, prima ancora ch’io potessi parlare, mi ha detto: «Ti faccio fare una prova. Se hai talento, sei il benvenuto. Altrimenti sei subito fuori». Una frase che mi intimorì, è chiaro, ma di cui apprezzai molto la schiettezza, e fu uno stimolo potente a sfruttare al meglio l’occasione. Poche settimane dopo, quando Stefano è approdato in Rizzoli, ho ricevuto la sua chiamata.

Oltre che dell’editing vero e proprio, ti occupi anche della selezione degli inediti? Attraverso quali canali vi giungono i manoscritti?
La selezione degli inediti è stato il mio primo incarico in casa editrice, ero il primo filtro delle centinaia di proposte che arrivavano ogni anno. Tra il 2005 e il 2008 credo di avere valutato circa un migliaio di dattiloscritti, leggendo per intero almeno la metà di essi, preparando per ciascuno un report dettagliato, rispondendo a tutti gli aspiranti. Questa parte del lavoro mi ha insegnato molto, in particolare mi ha permesso di affinare quella capacità di critica su cui si basa poi l’editing vero e proprio: in entrambi i casi si tratta di capire quali sono i punti forti e quelli deboli di un testo, se e come è possibile intervenire, se è un testo che può avere un pubblico o, almeno, una collocazione all’interno di un programma editoriale. Lo considero tuttora il passaggio obbligato per chiunque voglia imparare questo mestiere.
Quando ho iniziato, otto anni fa, la maggior parte delle proposte arrivava in cartaceo; oggi l’80% mi raggiunge via mail. Le agenzie letterarie sono forse il canale al quale diamo più attenzione, perché ciò che ci propongono ha già superato il loro vaglio. Ma tanti spediscono le loro pagine direttamente, senza intermediari. I più arditi mi contattano tramite i social network (cosa che però vorrei evitare…) o si fanno avanti a margine delle presentazioni in libreria. In generale apprezzo l’intraprendenza degli aspiranti scrittori perché soltanto chi è molto determinato e disposto a spendersi in prima persona può sperare, oggi, di vincere davvero la grande sfida. Continua a leggere

Vita da editor (46)

Madre di un giovane scrittore: Devo presentarle mio figlio, è uno scrittore e ha vinto anche dei premi.

Editor: Ah, come si chiama?

Madre: Xxxxxxxx Xxxxxx.

Editor: Temo di non conoscerlo. Che premi ha vinto? Con chi ha pubblicato?

Madre: Ha vinto il premio lirico del Circolo Didattico Collodi di Xxxxxxxxx e hanno pubblicato le sue poesie nel giornaletto della scuola. E poi, anche se ha solo 8 anni, disegna benissimo!

Editor: Ah, niente di meno! Stia tranquilla, la ricontatto io…

 

Vita da editor (45):
https://giovannituri.wordpress.com/2013/10/21/vita-da-editor-45/

Alessandro Piperno, FU VERA GLORIA?

[dalla prosa di Alessandro Piperno Fu vera gloria?, in Pubblici infortuni (collana Libellule, Mondadori)]

La ragione per cui gli artisti invocano la gloria è dare un senso retroattivo a tanta velleitaria fatica. Che tali sforzi si rivelino inutili è a dir poco demoralizzante.
Vuoi misurare il grado della tua mediocrità? Be’, fai lo scrittore di professione. Qualsiasi individuo di buon senso sa che scrivere è, anzitutto, imbarazzante. Lo è quando lo fai. Prima di metterti a farlo. E, di certo, dopo averlo fatto. Lo è quando qualcuno ti chiede: “Che mestiere fai?”, e rispondi elusivo: “Insegno in una facoltà umanistica”. Lo è quando qualcuno ti ferma per dirti: “Il suo libro fa schifo”, o: “Il suo libro è magnifico”.

Flavia Piccinni – Professione scrittore 5

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Flavia Piccinni ha vinto nel 2005 il Premio Campiello Giovani e ha pubblicato i romanzi Adesso tienimi (Fazi) e Lo sbaglio (Rizzoli); con il carabiniere Nino Maressa ha curato La mala vita (Sperling&Kupfer). Suoi racconti sono apparsi su Nuovi Argomenti e Nazione Indiana, oltre che in diverse antologie.

Quando e perché hai iniziato a scrivere?
Ho iniziato a scrivere, nella migliore tradizione, da bambina. Ero una bambina instancabile, agitatissima, e l’unica cosa che mi faceva stare alla scrivania per ore – esattamente come adesso – era la penna, un foglio bianco, e la possibilità di isolarmi dal mondo.

Quali sono i tuoi modelli letterari?
Amo leggere, ma trovo deviante e banalizzante parlare di modelli. Preferisco citare i miei riferimenti letterari – irraggiungibili, naturalmente – che sono cambiati negli anni – eccetto Salinger, Irene Brin e pochi altri –, ma che hanno una caratteristica comune: la necessità di raccontare la realtà, la capacità di farlo in modo semplice, diretto, usando le parole giuste e mai “giochetti da quattro soldi”, quelli che sembrano andare di moda adesso, e rispetto ai quali Carver metteva in guardia autori, aspiranti autori e lettori.

Come hai trovato l’editore con cui hai esordito (Fazi) e come mai sei poi passata a Rizzoli?
A diciotto anni vincere il Campiello Giovani è stata un’ottima occasione. Ho avuto la possibilità di conoscere numerosi editor, fra cui Massimiliano Governi, che ha scelto il mio primo libro. Quando Governi ha lasciato Fazi è stato naturale considerare tutti i legami con l’editore sciolti.

Chi sono stati i tuoi editor e che rapporto hai avuto con loro?
Ho avuto diversi editor, a partire da Massimiliano Governi che mi è stato accanto come ho appena detto per il mio esordio e che con la sua cifra da scrittore mi ha trasmesso molto, a partire dalla fondamentale devozione che il lavoro di scrittura e riscrittura comporta.

Un consiglio agli aspiranti scrittori?
Non scrivere per pubblicare. E poi: leggere molto, quindi dimenticare. Le brutte copie di grandi autori non interessano a nessuno, né agli editori né ai potenziali lettori. E poi scrivere soltanto se la necessità si avverte come impellente. Se c’è un’urgenza. Questo me l’ha insegnato un grande scrittore, a cui sarò per sempre grata.

Qui le precedenti interviste a Omar Di Monopoli (ISBN Edizioni), Elisa Ruotolo (Edizioni Nottetempo), Paolo Cognetti (minimum fax), Ignazio Tarantino (Longanesi):
https://giovannituri.wordpress.com/category/professione-scrittore/