Ignazio Tarantino – Professione scrittore 4

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Ignazio Tarantino ha recentemente esordito con il romanzo Sto bene, è solo la fine del mondo pubblicato da Longanesi.

Quando e perché hai iniziato a scrivere? Quali sono i tuoi modelli letterari?
Ho iniziato a scrivere quando ho capito che riuscivo a farmi capire solo usando foglio e penna, quindi praticamente da bambino. Avevo bisogno di uno strumento di mediazione che desse il tempo al destinatario del messaggio di assimilarlo senza interrompermi e al tempo stesso che non lo annoiasse con inutili giri di parole. Dovevo arrivare al punto in maniera efficace. Da lì non ne sono più uscito. Anzi col tempo la situazione è peggiorata perché con la scrittura praticata con consapevolezza è intervenuta anche la necessità di eliminare la ragione prima che mi aveva portato  a scrivere, cioè il messaggio. Non c’è messaggio. Lo scritto deve dare un’idea nel suo complesso, solo a lettura ultimata. Quindi è rimasto il meccanismo ma non il fine che mi ha portato a comunicare con la scrittura.
Non posso dire di avere dei modelli diretti, non mi sento figlio di questo o quell’altro autore o autrice, non appartengo a nessun gruppo. Credo che molti tra poeti e scrittori, ma ci aggiungerei anche registi e artisti visivi, abbiano contribuito a costruire un certo modo di usare la scrittura, ancora in corso di elaborazione. Certo alcuni punti fermi ci sono ma è troppo presto, secondo me, per dire che seguirò una strada o un’altra. Forse il modello ideale lo devo ancora trovare. Se proprio devo fare un nome, potrebbe essere Pier Paolo Pasolini, inarrivabile, al quale non somiglio neanche un po’, ma dal quale ho appreso le infinite possibilità di racconto.

Come sei approdato alla Longanesi?
Per un esperimento. Ciò che scrivo non lo faccio leggere a amici e parenti, non l’ho mai fatto. Quando ho ritenuto che la storia che avevo scritto aveva le caratteristiche per essere resa pubblica mi sono mosso attraverso i canali tradizionali dell’editoria. Mentre le cose si stavano muovendo mi sono imbattuto in un bando [http://www.ioscrittore.it] con cui il gruppo editoriale al quale appartiene la Longanesi cercava nuovi autori e, detto in parole povere, prevedeva che il testo passasse per le mani di lettori forti. L’idea che fossero degli sconosciuti, una sorta di campione dei frequentatori delle librerie, a leggere il mio manoscritto mi è sembrata una bella sfida e un efficace banco di prova per il mio romanzo. I commenti positivi, a tratti entusiastici, dei lettori l’hanno messo in evidenza e l’editore mi ha contattato.

Un consiglio agli aspiranti scrittori?
Credo che l’aspirante scrittore non esista. O si è o non si è. O lo si è di passaggio. O ci si stufa di esserlo. O non se ne può fare a meno. Oppure si ha solo una storia che valga la pena di essere raccontata e poi nient’altro. Io vedo la scrittura come una prova continua, un confronto con se stessi, un porsi domande, un tentativo di chiarirsi le idee spesso infruttuoso. Non è un passatempo ma non è nemmeno un lavoro. Sarebbe come dire: da grande voglio fare il filosofo. In bocca al lupo. Piuttosto è una riflessione attenta che poi si concretizza in immagini, che si manifesta attraverso una storia. A chi si è trovato a fare della scrittura il suo mezzo di indagine e espressione prediletto, dando per scontato che, se è arrivato a questa consapevolezza, deve  aver ben chiaro cosa è stato già fatto e detto nei secoli passati e cosa attualmente si scrive (anche per risparmiarsi la fatica di sviscerare concetti che sono già stati ampiamente dissezionati e di trovare le parole giuste per esprimerli)  posso suggerire di staccarsi dalla scrivania e sporcarsi le mani, stare nel mondo, far convergere vita attiva  e contemplativa, augurandogli almeno una malattia venerea piuttosto che (avversativo!) un disturbo bipolare.

Qui le precedenti interviste a Omar Di Monopoli (ISBN Edizioni), Elisa Ruotolo (Edizioni Nottetempo), Paolo Cognetti (minimum fax): https://giovannituri.wordpress.com/category/professione-scrittore/

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