Giuseppe Pontiggia, IL GIOCATORE INVISIBILE (3)

[dall’edizione Oscar Mondadori del Giocatore invisibile di Giuseppe Pontiggia]

Talora quando rileggeva, tra un manoscritto e l’altro, certi libri che aveva in biblioteca, la pagina iniziale del Circolo Pickwick o di Moby Dick, ad esempio, oppure Pel di Carota o i Viaggi di Gulliver, provava una inattesa commozione, come se incontrasse autori di un altro pianeta e che però scrivevano proprio per lui. Quello che stavano dicendo lo riguardava, lì, in quel momento, in piedi nel suo studio, senza bisogno di appelli e di riletture, con la felicità vivificante di una intimità completa. Quando poi ritornava a un manoscritto di trecento pagine dove magari – per esplicita volontà dell’autore – capitava “tutto”, non si sentiva più nella condizione giusta per giudicare. Spesso l’autore falliva non perché non avesse qualità, ma perché non sapeva rinunciare a qualcuna. Ingordo e infantile, si comportava come quei clienti che, in un pranzo a prezzo fisso e scelta libera, non sanno rinunciare a nessuno tra i primi piatti, e al secondo, come il cuoco ha previsto, arrivano esausti. Talora, rileggendo questi giudizi, si accorgeva di avere sbagliato il tono, la valutazione, la previsione, e se ne sentiva responsabile. Le lettere di rifiuto erano invece opera degli editori e venivano elaborate sulla base di una robusta diffidenza nella obiettività del destinatario, atteggiamento ricambiato con uguale convinzione dall’altra parte […].

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