Giuseppe Pontiggia, IL GIOCATORE INVISIBILE (2)

[dall’edizione Oscar Mondadori del Giocatore invisibile di Giuseppe Pontiggia]

Altri testi di sconosciuti entravano invece nello spazio, arbitrario, aleatorio, ma anche abbastanza preciso, della pubblicabilità. Allora cominciavano i dubbi, un interesse inquieto, l’attesa che arrivassero le pagine che lo facessero decidere per il sì o per il no. A volte però non arrivavano e le esitazioni continuavano dopo l’indice, lo seguivano mentre andava in corridoio, dove incontrava sempre qualcuno della famiglia, uno dei suoi due figli o la moglie o la suocera, ai quali diceva qualcosa di generico per distrarsi e tornare poi a sdraiarsi sul divano. Sapeva però che questo non serviva e che solo riflettendo molto tempo, seduto davanti alla macchina da scrivere, trovava le parole per capire quello che provava e contemporaneamente per dirlo.
Non c’erano invece problemi quando gli autori erano quei nomi noti che appartenevano alle cosiddette “scuderie” degli editori: allora il suo giudizio, anche se negativo, non cambiava il destino di nessuno, né poteva mutare il corso di una vita (questa idea però lo turbava sempre meno, visto che sono troppe, o troppo poche, le cose che la cambiano). Il testo veniva pubblicato puntualmente e talora lui diceva nel risvolto di copertina il contrario, o quasi, di quanto aveva detto nel giudizio. Bastava cambiare gli aggettivi, sostituire “monotono” con “avvincente” o “esangue” con “vitale”. L’incongruenza diventava “libertà fantastica”, il patetismo “pathos”, l’arbitrio “coerenza”. Con “rigore” e “autenticità” non si sbagliava mai, soprattutto se accoppiati; e, tra gli aggettivi, l’àncora di salvezza era “sconvolgente”: “mica male” (nel migliore dei casi) sarebbe stata l’espressione più adeguata, ma “sconvolgente” era l’espressione che si usava. Smussando così gli angoli e colmando i vuoti, chiamando le stonature “dissonanze” e l’omertà “riserbo”, scriveva il risvolto di libri immaginari, rispondenti solo in minima parte a quelli reali.

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