RESISTERE NON SERVE A NIENTE di Walter Siti

Copertina_Resistere non serve a niente_Siti

Recensione apparsa sul numero 27 di Incroci dell’ultimo romanzo di Walter Siti, Resistere non serve a niente (Rizzoli), candidato al Premio Strega 2013.

Come nelle ultime opere, in Resistere non serve a niente Walter Siti mette in scena se stesso e la contemporaneità, ma questa volta il suo personaggio cede il ruolo di protagonista a Tommaso, mentre all’ossessione per il sesso si sostituisce quella per il denaro; il romanzo è infatti anche un pretesto per indagare l’universo finanziario e la sua dipendenza dalla criminalità organizzata, esasperata dall’attuale contingenza: «per i mercati, resistere ora alla penetrazione criminale sarebbe come resistere alla cannula dell’ossigeno».

Tommaso è un bambino riflessivo, che vive nella periferia romana con sua madre Irene; il padre è in carcere per omicidio. La sua fame inarrestabile è il tentativo di colmare un vuoto interiore, la passione per la matematica e la geometria deriva da un desiderio di ordine e di equilibrio a cui si aggrapperà per tracciare il proprio futuro. Grazie anche alla protezione e alla guida discreta dell’organizzazione malavitosa a cui è affiliato il padre, Tommaso diventerà un broker influente, ma il suo rapporto con lo status di benestante (dopo anni e anni di indigenza) e con l’amore (per lo più mercenario) continuerà a essere inquieto. Confidarsi con Walter, il letterato conosciuto a una festa mondana, e farsi raccontare da lui diventa per Tommaso una possibilità di rivelarsi a se stesso, per lo scrittore di penetrare con la forma narrativa nei meandri di un sistema di potere globale che sarebbe molto rischioso esporre sotto forma di saggio-inchiesta. «Il verosimile è un verde praticello in declivio dove non si rischiano né querele né accuse di esibizionismo o cattiva educazione».

Il quadro che ne emerge è tanto apocalittico quanto evidentemente reale: «attraverso la rete informatica chiunque può decidere da quale Paese far partire l’operazione finanziaria, a seconda delle legislazioni che gli convengono di più; bastano pochi rapidi passaggi e tutto si confonde. […] Tra finanza legale e illegale non c’è più un limite preciso; la pretesa di mettere sotto controllo la speculazione babelica e apolide è come voler mettere sotto controllo la rotazione terrestre. […] La cosa bella del tradare via schermo è che non le vedi nemmeno, le facce di quelli che stai fottendo». L’intento di Siti di denunciare i meccanismi di potere e di controllo che intrecciano economia, criminalità e politica, diventa ancor più lampante con la sospensione narrativa del capitolo Gli uomini preferiscono le tenebre, in cui si ripercorre l’ascesa di quello che viene nominato Morgan Lucchese e con lui della nuova mafia, che aborre la violenza diretta perché con la semplice gestione dei suoi immensi capitali può influenzare la politica degli stati, modificare l’andamento dei mercati, gestire le conflittualità in ogni parte del globo.

Tommaso non è dunque che un semplice esecutore di un disegno che lo sopravanza e su cui si limita a non porsi alcuna domanda etica, impegnato com’è a conquistare l’amore di Gabriella (oltre che a comprarne il corpo), a seguire le intemperanze di sua madre (a cui la ricchezza ha sottratto il suolo sotto i piedi), a contrastare il protagonismo del suo socio Folco (con cui inscena una subdola lotta di classe), a confrontarsi con Walter che lo ascolta e non lo giudica, anzi gli regala persino nel finale un’insperata nuova chance.

Brillante e vertiginoso lo stile, affilati i dialoghi, condotta con lucidità e acume l’analisi socio-economica, al punto che si perdonano facilmente le digressioni piuttosto ampie e tecniche e alcune leggerezze sul piano narrativo (ad esempio la scomparsa di Boris, dopo la sua fulminea apparizione come nuovo partner economico di Tommaso). Del resto, che sia anche il pensiero di Siti o meno, viene centrato pienamente il postulato di Edith, la sgraziata scrittrice che sola saprà amare davvero Tommaso: «Non si può tradire la verità, soprattutto nell’emergenza attuale, la letteratura più che in bella o brutta, perché quello non dipende da te, si divide in utile e inutile… con le parole, sia pure di pochissimo, puoi migliorare le cose […]». O quanto meno metterle a nudo.

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