Sulla meritocrazia in ambito editoriale

aspiranti scrittori

Qualche giorno fa, sulla pagina facebook di Vita da editor, un utente ha rilevato un certo cinismo in una citazione che avevo postato, tratta da Chiedi alla polvere di Fante, e istintivamente ho replicato che “purtroppo anche la realtà editoriale è piuttosto cinica, ma in parte è ancora abbastanza meritocratica – fermo restando che le conoscenze aiutano e non poco…”. Poi ci ho pensato un po’ su e mi sono reso conto di aver risposto con troppa superficialità.

È indubbio che siano davvero innumerevoli i manoscrittari (come li ha definiti Andrea Gentile in un articolo riproposto da minima&moralia), ovvero coloro che sommergono le case editrici di inediti piuttosto scadenti, talvolta finanche imbarazzanti. Credo, però, che chi dimostri un talento autentico abbia buone possibilità di trovare la strada della pubblicazione; tuttavia il percorso è talmente arduo e accidentato che anche coloro che Scrittori – il maiuscolo non è casuale – lo sono davvero possono finire per perdere la propria autostima e la voglia di veder riconosciuto (o quantomeno pubblicato) il frutto del proprio lavoro. Tanto più che una rapida ricognizione delle novità editoriali che raggiungono le prime postazioni della classifica di vendita sembra suggerire che non di letteratura si tratti, ma di semplice narrativa d’intrattenimento (sovente di dubbia qualità) o di testi che devono il loro successo semplicemente al marketing o alle comparsate televisive o alla notorietà dei loro autori. Sarebbe un discorso lungo, e che forse prima o poi sarà il caso di affrontare seriamente, quello per cui gli italiani sono un popolo di ignoranti (o di non lettori, se si preferisce) e, per giunta, i pochi che hanno una certa dimestichezza con i libri hanno in prevalenza un palato ben poco fine. Ma ci sarebbe anche da riflettere sulle responsabilità dei grandi marchi editoriali, che inseguono i potenziali lettori attraverso best-seller o presunti tali, trascurando quasi del tutto la ricerca culturale, la sperimentazione e la dignità letteraria: questo ci porta già più vicini al problema, ossia che così facendo diventa sempre più difficile venir pubblicati anche per coloro che lo meritano (a tal proposito ha fatto scalpore l’intervista in cui Aldo Busi dichiarava di essere rimasto senza editore). Ecco allora che essere Scrittori può non bastare e che definire l’editoria meritocratica è, se non ipocrita, quantomeno impreciso. Già per esser soltanto letti da un editor è spesso necessario sgomitare, procurarsi un buon agente o importunare i propri contatti altolocati – insomma prostituirsi, in senso figurale (di questi tempi è meglio precisare): una via crucis che non tutti sono disposti a sostenere, che abbiano o meno del talento.

Non sono solo illazioni, per questo un semplice e affrettato commento ha smosso in me tali considerazioni. Conosco almeno tre Scrittori che non riescono a pubblicare un loro inedito, e si tratta di persone che hanno già esperienza editoriale alle spalle, capaci di dare un orizzonte letterario alle proprie opere, dotati di uno stile personale e maturo. Perché non li faccio pubblicare dalla Stilo Editrice della cui narrativa mi occupo? Perché legittimamente ambiscono a un editore che abbia una maggiore notorietà e una migliore distribuzione. Come mai, se sono bravi come dico, gli risulta così difficile stipulare un contratto? Per tre diverse ragioni che proverò a sintetizzare: uno, di primo acchito, ha un caratteraccio e nessun pelo sulla lingua, tantomeno sulla penna; un altro fa una narrativa sperimentale (di taglio postmoderno) che forse si ritiene il pubblico italiano non sia capace di digerire; il terzo, pur avendo pubblicato con editori importanti e ottenuto anche qualche riconoscimento nazionale, è persona fin troppo riservata, mansueta, incapace di sollecitare un contatto o di far valere le proprie doti.

Insomma, di meritocrazia in ambito editoriale sarebbe opportuno non parlare ed è per questo che a chiunque mi confidi di star scrivendo qualcosa domando: “sei sicuro di non poterne proprio fare a meno?”. Non è cinismo il mio, ma consapevolezza delle frustrazioni a cui si va incontro – eppure cerco comunque di incitare quanti mi sembrano dotati di talento. Semplicemente vorrei con tutto il cuore che chi scrive non faccia mai delle ambizioni letterarie, legittime o meno che siano, uno scopo di vita: la vita è altrove e occorre immergersi in essa e affrontarla al di fuori della mediazione artistica. Anche per saper scrivere.

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16 thoughts on “Sulla meritocrazia in ambito editoriale

  1. Leggo molto, e scrivo anche. Scrivo perchè ne sento il bisogno e sarei ipocrita dicendo che scrivo per me stesso e non mi importa degli altri. Eccome se mi interessa il parere degli altri, anzi è il motivo per cui scrivo. Ogni volta che leggo di un caso editoriale, un volume che vende in maniera spropositata, mi vengono i brividi perchè so già che il genere trattato dall’autore di successo diventerà il “trend” delle prossime uscite per qualche mese, se non anni.
    In questo periodo mi sembra che tutti scrivano fantasy, anche se la tendenza è verso il genere erotico. Poi c’è il thriller psicologico, quello paranormale, l’investigativo e chissà quanti altri sotto generi.
    Ma io di cosa scrivo? Boh!
    Detto questo: esiste ancora la meritocrazia in questo settore? Secondo me sì. Perchè nel bene o nel male mi auguro che le migliaia di manoscritti che sommergono le case editrici prima o poi vengano letti da qualcuno e quando la trama giusta incontra la persona giusta dovrà pur scattare qualcosa. Forse non è la meritocrazia ad essere carente ma le occasioni che la fanno emergere.
    Sono un illuso? Forse sì, ma non posso proprio fare a meno di scrivere.

    • Cornetta Maria ha detto:

      Hai omesso un dettaglio: la fortuna! Per quanto si tenti di esorcizzarla negandone l’esistenza e attribuendola al pregiudizio degli ignoranti, è maledettamente determinante nelle scelte della vita (non solo quelle degli editori). Non si spiegherebbe come mai esistono tante “glorie senza talento” contrapposte ai tanti “talenti senza gloria”.

  2. rosarita88 ha detto:

    Le frustrazioni purtroppo si incontrano in qualsiasi ambito ci si voglia realizzare, soprattutto al giorno d’oggi, in una società come la nostra. C’è chi è sicuro che questa sarà la propria strada, c’è chi scrive semplicemente per dare una voce ai propri pensieri senza necessariamente dover urlare per farsi ascoltare,altri per informare, di certo chi scrive non ne può fare davvero a meno:) Un saluto, penso comincerò a seguirti.)

  3. Giovanni Turi ha detto:

    Salvatore e Rosarita, vi ringrazio per le vostre testimonianze. Buona fortuna!

  4. Giovanna Baldasarre ha detto:

    Bisognerebbe imparare a leggere prima di scrivere e poi sì, convincersi (e questo vale per tutti coloro che si accaniscono nella ricerca del successo e della gloria professionali) che la vita è altrove e che prima di pretendere di raccontarla, forse, bisognerebbe imparare a viverla e decifrarla…

    • cornetta maria ha detto:

      Giustissimo! Se è vero che il talento è un raptus creativo che non tollera vincoli, è altrettanto vero che non c’è strada migliore dell’esperienza, vera maestra di vita, affinché si esprima!

  5. “Prima dobbiamo imparare a vivere e poi potremo giudicare gli altri”
    Fëdor Dostoevskij in “Memorie dalla casa dei morti”

  6. Lucrezia Modugno ha detto:

    I tre Scrittori da te citati dovrebbero fare propria la lezione di Fortunato Depero e la sua auto-réclame: “L’auto-réclame non è vana, inutile e esagerata espressione di megalomania, ma bensì indispensabile NECESSITÀ per far conoscere rapidamente al pubblico le proprie idee e creazioni”.
    Essere capaci di vendere il proprio prodotto diventa una necessità, altrimenti si resterà Scrittori nel cassetto. A volte bisogna osare, anche perché, al peggio, cosa potrebbe succedere? Che si venga rifiutati. Capisco che può essere difficile incassare dei pareri negativi, ma con il senno di poi, quando con l’esperienza di vita tutti ci siamo presi le nostre porte in faccia, credo che sia molto più naturale accettare di aver perso una battaglia.
    Ammetto di sentirmi vicina all’ultimo Scrittore da te portato ad esempio: anche io avrei problemi a chiedere di essere pubblicizzato e “spinto”.
    Detto questo, la meritocrazia deve fare anche i conti con altre questioni che, visto che quello del libro è anche un mercato, deve rispondere a questioni ti ordine economico.

    • Giovanni Turi ha detto:

      Lucrezia, considera però che dei tre è solo uno quello che non osa…
      Quanto al mercato, è vero, ma il fattore economico non dovrebbe mai diventare esclusivo.
      Grazie anche a te, come agli altri, per il riscontro e buona giornata! 😉

  7. Manlio Ranieri ha detto:

    Io mi sono fatto l’idea che la meritocrazia in ambito letterario non premi moltissimo. Tengo a precisare che lo dico soprattutto in base a ciò che vedo ogni volta che mi capita sotto gli occhi una classifica dei libri più venduti, e non tanto sulla scorta delle mie esperienze personali.
    Viste sotto una certa ottica, le mie avventure (o “disavventure”) editoriali potrebbero essere definte senz’altro frustranti, ma da un altro punto di vista ho incontrato sul mio cammino molta gente che mi ha regalato riconoscimenti e complimenti inattesi e non richiesti (evito accuratamente di chiedere ai miei lettori se i miei romanzi siano piaciuti, onde evitare risposte imbarazzate e poco sincere).
    Purtroppo con le attestazioni di stima non si campa nè si costruisce un curriculum.
    Io, da sempre, scrivo perchè non ne posso fare a meno. Inventare storie e affezionarmi ai protagonisti come se fossero miei amici è sempre stata una delle cose che mi fanno sentire meglio. Nonostante questo trovo triste dover pensare di non avere ambizioni letterarie, e mai mi rassegnerò a questa idea.
    Il mondo editoriale è un mercato, e come tale risponde alle sue ciniche leggi.
    Non serve a nulla fare gli snob guardando i primi posti delle classifiche dei best-seller e leggendovi i nomi di Fabio Volo, Federico Moccia o, peggio ancora, Francesco Totti.
    Gioverebbe, al più, chiedersi perchè il mercato editoriale sia divenuto così.
    Le colpe sono, a mio modestissimo parere, da ripartire in tre parti uguali:
    Il pubblico, per nente incline alla lettura e ancor meno a quella poco più che frivola.
    Gli editori, spesso incapaci di instradare il mercato verso testi validi, ancorchè totalmente sconosciuti (e questo accade sia perchè il mestiere di editore è quasi sempre sul filo della bancarotta, ma anche, a mio avviso, a causa di una scarsa attenzione alla qualità di ciò che si mette sul mercato… ci sono editori che pubblicano quasi ogni cosa che gli passi per le mani, purchè le spese siano coperte da qualche forma di finanziamento o dalle tasche dello stesso autore. Così non si fa il mercato, lo si subisce…)
    Gli autori, spesso pieni di sé e poco inclini ad ammettere i propri errori, a utilizzarli per crescere, a capire che la propria opera prima non sempre è perfetta, anzi: di solito solo dopo tanti rifiuti, specie se ben motivati, si arriva a scrivere qualcosa di realmente pubblicabile.
    Del resto, diciamocelo, in molti casi gli stessi scrittori non sono a loro volta lettori, il che genera due grosse anomalie: opere di pessima qualità e una legge della domanda e dell’offerta assurdamente sbilanciata verso la seconda, il che non aiuta per niente il mercato.

  8. A. ha detto:

    Certo che la vita non è nel perseguire un successo editoriale. Ma può essere invece nello scrivere. Considerando la fatica che faccio per non sputarmi in faccia tutti i giorni, almeno so che so fare bene una cosa e che posso farla quando mi pare, come mi pare. La premessa è ovvia: se ti appassiona una pratica non è che ti accontenti, cerchi si saperne sempre di più, di migliorarti, di andare oltre il limite del momento. E questo è il motore anche di un’autocritica continua e impietosa.
    Poi c’è l’editore, il mercato, la promozione, tutto il baraccone. Per quanto mi riguarda non ho faticato a trovare l’editore per il primo romanzo e sono stato anche fortunato, perché aveva tutto quello che desideravo trovare: altissima competenza, una posizione ideologica affine, la disposizione a orientare con schiettezza e non disdegnare l’ascolto, severità e sobrietà. In questi due anni di rapporto mi ha insegnato tantissimo. Ho anche venduto tantissimo? No. Duecentocinquanta copie, di cui io ho venduto direttamente una cinquantina. Solo due presentazioni, perchè poi sono diventato papà e il lavoro è una catastrofe nel comodino.
    Lo rifarei? Non vorrei vendere mille e mille copie del mio prossimo romanzo? Bah, sarei ipocrita a dire che non vorrei più lettori e quindi più indipendenza, più potere di continuare a fare questo mestiere (e una catastrofe nell’armadio, un po’ più lontana dal letto). Ma lavoro per questo? Per trovare un editore diverso? No. Ora sto concludendo il nuovo romanzo ma questo pensiero non gode di energie da destinargli. Tutta la questione editori, mercato, e quel che gli gira intorno trovo sia una zavorra, un po’ come quando si parla di calcio analizzando i bilanci delle società. Trovo sia una sorta di museruola, e io di museruole me ne intendo. Perchè quasi tutti i giorni ne indosso una, pur di non dover vivere la catastrofe, si può fare se hai la vita altrove, la tua libertà altrove.

  9. Giovanni Turi ha detto:

    Manlio e Antonio, vi ringrazio di cuore per le vostre testimonianze.
    Al di là delle museruole e dei condizionamenti e delle frustrazioni, credo che il bello sia anche in questo incontro virtuale e nella reciprocità che si può instaurare tra percorsi diversi.

  10. luciano pagano ha detto:

    in effetti parlare di meritocrazia è difficile, specialmente in un ambito in cui dovrebbero parlare le opere, prima ancora dei nomi e degli autori o dei ‘presunti’ bilanciamenti di forze (ma poi esistono questi bilanciamenti? è davvero così difficile pubblicare? non è forse più difficile vendere? come dice lo stesso Busi, “è ben triste scrivere per vendere, sacrificare tutto il resto, e poi non vendere”;
    altra cosa è la meritocrazia nelle case editrici, quella non esiste punto e basta [secondo me] 🙂

  11. Claudiappì ha detto:

    Ottimi spunti di riflessione.

  12. […] dalla sovrapproduzione e da testi di infima qualità, che ci sono autori di talento che hanno rinunciato a scrivere perché non vogliono poi riciclarsi come promoter e saltimbanchi – e se non sono disposti a farlo […]

  13. Guido Sperandio ha detto:

    Leggo ora per caso questo tuo post e non posso trattenermi dall’esprimere la mia condivisione, sia lì dove le tue affermazioni sono tassative sia lì dove ti poni dei punti di domanda.
    Trovo il tuo discorso realistico, non cinico, se cinismo c’è… è il mondo che è così, bellezza!
    Mi soffermo solo su un punto che non riguarda te, ma alcuni commenti: vero che senza una vita vissuta non può uscire niente, ma è vero solo in parte. Hemingway (che amo svisceratamente!) praticava questa via, però io penso che lo Scrittore giusto anche se chiuso in una stanza da 41 bis riesca a tirare fuori buone cose.
    Le vie al capolavoro sono rare ma, a loro modo, infinite 🙂
    PS: Complimenti per la generosità e franchezza sia nella scelta delle tematiche di questo blog sia per il modo con cui sono svolte. 🙂

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