UN UOMO SOLO di Isherwood e UN GIORNO QUESTO DOLORE TI SARÀ UTILE di Cameron

Isherwood_Cameron

Cristopher Isherwood ha pubblicato Un uomo solo nel 1964 (in Italia tradotto per Adelphi da Dario Villa), Peter Cameron Un giorno questo dolore ti sarà utile nel 2007 (sempre Adelphi, traduzione di Giuseppina Oneto), ma a distanziare le due opere, oltre all’epoca, è anche il pubblico di riferimento: più colto e adulto quello di Isherwood, prevalentemente adolescenziale quello di Cameron. Entrambi i testi hanno però un andamento riflessivo, curioso dunque che sia l’uno che l’altro abbiano avuto una trasposizione cinematografica (sul cui valore non occorre essere cinefili per esprimersi…).

Il protagonista di Un uomo solo è George, un maturo docente universitario che ha da poco perso il compagno, Jim, in un incidente stradale; come nell’Ulisse di Joyce, il lettore segue senza soluzione di continuità ventiquattrore della sua vita, le più importanti, e partecipa così al suo dolore per l’assenza dell’amato e alle nuove timide illusioni, lo ascolta biasimare la speculazione edilizia e lo statunitense perbenismo ipocrita di metà ’900, irridere il clima esasperatamente teso della Guerra Fredda e interrogarsi sull’efficacia del sistema educativo – nelle università così come in famiglia: ovunque si posi il suo sguardo ne trae brillanti e umanissime considerazioni, che ne rivelano la sensibile indole ben al di là dell’atteggiamento asociale e spocchioso.

James, diciottenne americano intorno al quale ruota Un giorno questo dolore ti sarà utile, si dimostra al pari di George piuttosto insofferente verso le convenzioni sociali: è alle prese con la scelta dell’università, ma si interroga sulla reale utilità di proseguire gli studi, non perché non sia portato, ma semplicemente perché non gli sembra poi così necessario; oltretutto non sopporta i suoi coetanei, la vacuità e il conformismo che li accomuna. Percepisce ancora la diversità sessuale come una latente possibilità della sua indole, come solo una delle possibili cause del suo disagio: «Io sapevo di essere gay, anche se non avevo mai fatto niente di gay e non sapevo se lo avrei mai fatto. Non riuscivo a immaginarlo, non riuscivo a vedermi in atteggiamenti intimi, erotici, con un’altra persona: riuscivo a malapena a parlare con gli altri, figuriamoci a fare sesso. Ero omosessuale solo in un senso teorico, potenziale».

George al contrario è pienamente cosciente della propria omosessualità e volge il biasimo non verso se stesso, ma ai bigotti vicini di casa: «Il signor Strunk, suppone George, cerca di inchiodarlo con una parola. Frocio, grugnisce a muso duro. Ma siccome siamo nel 1962, persino da uno come lui ci si aspetta che aggiunga qualcosa del tipo per me faccia quello che vuole, basta che mi giri al largo. […] Ma la signora Strunk, George ne è sicuro, dissente sommessamente dalle posizioni di suo marito; lei infatti pratica la nuova tolleranza, la tecnica dell’annientamento tramite dolcezza. […] Ci troviamo di fronte a uno spostato, escluso per sempre dalle gioie della vita, un essere da compatire, non da condannare». La consapevolezza del protagonista non si tramuta tuttavia in esplicita e orgogliosa rivendicazione, come Cristopher Isherwood ci suggerisce sin dal magistrale incipit, in cui George lentamente si ridesta e faticosamente si cala nella parte di integerrimo professore: dinanzi allo specchio non è il nodo della cravatta che osserva, ma l’aderenza della maschera sul suo volto.

Peter Cameron, al contrario, nelle prime battute si preoccupa soprattutto di fornire al lettore le coordinate famigliari entro cui si muove James: una sorella maggiore malleabile e acidula e una madre pluridivorziata e irresponsabile, proprietaria della galleria d’arte presso la quale il figlio lavoricchia; solo in seguito faremo la conoscenza della nonna Nanette, l’unica che sappia realmente ascoltarlo. Il padre è poco più che una cometa, intento com’è a fingersi premuroso e a provvedere a se stesso; l’unico amico è John, un collega più grande di lui che James non saprà fare a meno di ferire con uno stupido scherzo. Cosa pensi dei coetanei si è già detto, e ancor più lo indispone la loro fregola, che mette in risalto un malessere radicato nel sentirsi “diverso”: «Sembrava che tutti fossero in grado di accoppiarsi, di unire le proprie parti in modi piacevoli e fecondi, ma nella mia anatomia e nella mia psiche c’era qualcosa di impercettibilmente diverso che mi divideva in modo irrevocabile dagli altri.
Era una sensazione dolorosa che mi rendeva molto infelice».

Anche George non ha un’alta considerazione dei giovani, dei suoi studenti, legati a un’idea di sereno e discreto futuro famigliare e lavorativo, ma del tutto privi di passione e idealismo: «Titone si trova a due gradi dal loro argomento, dunque non li riguarda. Huxley, Tennyson, Titone. A Tennyson arrivano, ma un passo più in là no. Un passo più in là finisce la loro curiosità. Questo perché, di fondo, non gliene importa un accidente».

Sia l’opera di Isherwood che quella di Cameron finiscono, dunque, per essere dei romanzi di analisi e di critica sociale, ben al di là della tematica della diversità di genere sessuale; se tuttavia Un giorno questo dolore ti sarà utile è limitato dal voler essere un romanzo di formazione, e dunque immediatamente accessibile al lettore, Un uomo solo invece non si perita di essere vertiginoso e dissacrante. Per cogliere pienamente la differente disposizione dei due protagonisti, basterà considerare il loro atteggiamento nei confronti della cultura e dei libri. James pretende di valutare l’affidabilità della dottoressa Adler, la psichiatra a cui si sono rivolti i suoi genitori, in base alle opere da lei compulsate; per cui prima le domanda come mai negli scaffali della libreria nel suo studio non vi siano romanzi, poi se abbia mai letto Trollope o Proust e, alla risposta negativa, fa seguire un atteggiamento di indisposta sufficienza. George invece, docente di letteratura, pur riconoscendo il valore dei libri e considerandoli parte della propria esistenza, non ha più nei loro confronti alcuna riverenza, percepisce che la vita è soprattutto altrove: «I libri non hanno reso George né più nobile, né migliore, né più saggio. Ma gli piace ascoltarne le voci, una o l’altra secondo l’umore. Nonostante il rispetto con cui ne parla in pubblico, in privato ne fa un uso improprio, del tutto spietato. Li usa per prender sonno, per non sentire le lancette dell’orologio, per mitigare il tormento degli spasimi, per distrarsi dalla malinconia, per far scattare i riflessi condizionati del colon».

Non occorrerà infine soffermarsi sul prevedibile epilogo del romanzo di Cameron, né anticipare nulla di quello impeccabile e beffardo di Isherwood, ma potrebbe far bene ribadire quanto il giovane James ancora non ha interiorizzato e Kenny, maliardo allievo di George, ostenta invece con convinzione, oltrepassando anche qui il precipuo tema dell’omosessualità: «Se fra noi due non c’è nessuna differenza, cosa abbiamo da darci?».

L’articolo è apparso originariamente sul numero 8 della Webzine di Sul Romanzo interamente dedicato alle diversità di genere; qui è consultabile gratuitamente:
http://issuu.com/sulromanzo/docs/sul_romanzo_anno_2_n._3_lug._2012

Da poco è uscito il nuovo numero su intellettuali e potere:
http://issuu.com/sulromanzo/docs/sul_romanzo_anno_2_n_5_nov_2012

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