La fragilità della bellezza e la precarietà del futuro

Qualche giorno fa ho chiacchierato a lungo con uno dei rari intellettuali coerenti e responsabili che sono rimasti a questa nazione, in cui i cantanti vendono più copie dei narratori di talento, in cui una comparsata in televisione rende molto più di una prestigiosa recensione, in cui tutti biasimano il vuoto cerimoniale dei “salotti culturali” eppure sgomitano per occuparne una poltrona, in cui l’importante non è avere qualcosa da dire ma essere qualcuno per poterlo fare.

A introdurre Giuseppe Goffredo alla fine degli anni ’70 nell’élite letteraria era stato Dario Bellezza e niente meno che Natalia Ginzburg a invitarlo a coltivare la sua poetica restando nella sua terra. Una terra dove l’incanto dei campi d’oro e bruniti è continuamente frastagliato dalle interminabili pareti di pietra – le stesse che si ergono dinanzi a chi come lui urla fuori dal coro e che relegano i giovani a ruoli subalterni o li costringono a continui compromessi, anche quando hanno competenza e passione. Giuseppe Goffredo, a dispetto di tutto, conserva ancora il pregio di irradiare poesia intorno a sé, non solo attraverso i suoi libri, ma soprattutto con parole che squarciano quella cappa cinerea e mediocre che ci viene additata quale futuro. Parole che rammentano come l’attività culturale non possa scindersi dall’impegno civico, né rinunciare a essere portatrice di un’idea del mondo sostenibile. Lui indica la strada del dialogo tra i popoli e dell’interscambio culturale, del significato irrinunciabile e profondo della nostra umanità, di un’idea di progresso mai uniformante e che si fondi sulla specificità di luoghi e persone.

Ma delle tante suggestioni che mi ha trasmesso ce n’è una che mi fa vibrare ancora qualcosa dentro: occorre uno sguardo consapevole per cogliere la bellezza e la sua estrema fragilità, la scrittura non è in fondo che il tentativo di disvelarla e renderla meno effimera. Sono bellezza i mandorli in fiore, sono bellezza le ferite aperte dai papaveri ai margini delle strade, sono bellezza quelle pagine fitte di inchiostro che sanno rinnovare il nostro sguardo, sono bellezza le persone che si riconoscono affini a ogni latitudine, ed è bellezza persino la fatica di costruirsi un futuro in questo nostro tempo che ci costringe a reinventarci di continuo una o molte professioni: è bellezza purché rimanga il desiderio di alzare lo sguardo al volo delle rondini e di credere che anche pietra su pietra si costruisca qualcosa, di cui forse vedremo solo un domani il disegno. Custodire dunque ogni giorno il coraggio e la caparbietà di sollevare e sgrezzare un altro masso, questo dobbiamo, e poi chissà…

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3 thoughts on “La fragilità della bellezza e la precarietà del futuro

  1. uovadigatto ha detto:

    Concordo pienamente. E’ proprio quello sguardo sincero e aperto che mi porta avanti alla ricerca di un futuro. E lo dico da universitaria =)

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