Umberto Eco, IL PENDOLO DI FOUCAULT

[a tu per tu con un editore]

Garamond ci fece sedere di fronte alla sua scrivania, e fu brusco e cordiale. “Il dottor Belbo mi ha parlato bene di lei, dottor Casaubon. Abbiamo bisogno di collaboratori valenti. Come avrà capito, non si tratta di un’assunzione, non possiamo permettercelo. Sarà compensata adeguatamente la sua assiduità, la sua devozione, se mi consente, perché il nostro lavoro è una missione.”
Mi disse una cifra a forfait in base alle ore di lavoro presunte, che a quei tempi mi parve ragionevole.
“Ottimo, caro Casaubon.” Aveva eliminato il titolo, dal momento che ero diventato un dipendente.

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I racconti non si vendono!

«I racconti non hanno mercato, non li legge nessuno»: è un mantra che tutti ripetono con assoluta convinzione, forse senza nemmeno domandarsi più come si sia radicato; è una verità inoppugnabile e come tale va accolta.

Qualcuno, meno propenso ad accettare le rivelazioni (i guastafeste non mancano mai), ha però azzardato qualche ipotesi:
– l’Italia è una nazione con pochi lettori e per giunta “deboli”, che hanno bisogno di essere catturati da un plot lungo e avvincente (in realtà, però, molti racconti hanno un ritmo sostenuto e risvolti narrativi sorprendenti; il difetto è allora quello di essere contenuti in libretti esili che poco si prestano come elementi d’arredo?);
– è tramontata l’epoca dei maestri italiani del racconto: Buzzati, Calvino, Landolfi, Moravia, Pavese (eppure le loro raccolte si continuano a leggere, persino nelle scuole – e qui si insinua il sospetto che il disinnamoramento possa nascere proprio tra i banchi; idea avvalorata anche dall’insuccesso commerciale della poesia, che tanta parte ha nella programmazione scolastica…);
– le raccolte, sia di racconti che di poesie, si gustano un po’ per volta in libreria, senza bisogno di acquistarle, e la diffusione dei megastore rende meno imbarazzante questa pratica (ma sono sempre più coloro che comprano i libri su Amazon o su IBS!).

Forse l’ipotesi più banale ha invece qualche fondamento: i grandi marchi editoriali (in grado con un marketing ossessivo di smuovere gli orientamenti dei lettori e di giungere ovunque con la loro distribuzione capillare) non scommettono, se non di rado, sui racconti e non li pubblicano. Di conseguenza la gente non li legge. Una sorta di cortocircuito non solo italiano. Tanto che Carver, in un’intervista concessa nel 1987 a «La quinzaine littéraire», affermò: «Dopo la prima raccolta tutti volevano che scrivessi un romanzo. C’erano un sacco di pressioni. Ho addirittura accettato un anticipo per un romanzo e poi ho scritto racconti. Mah, non so, sto pensando comunque a qualcosa di più lungo… potrebbe diventare un romanzo».

Certo, non sono in tanti ad avere la caratura di Carver, ma gli scrittori di talento in grado di cimentarsi nella difficile forma del racconto non mancano e, dal momento che trovano preclusa l’eventualità di essere presi in considerazione dalle major dell’editoria, ecco che i piccoli editori possono trovare una nicchia di mercato su cui puntare; tanto più in quest’epoca in cui la fruizione online ci sta abituando alla misura breve (il racconto sarà il genere letterario del futuro? Possiamo immaginare la vendita di singoli testi in formato elettronico?). Vedremo quali saranno le scelte della collana Libellula della Mondadori, che punta proprio su leggerezza e brevità, oltre che su prezzi contenuti. Intanto però, ogni volta che annuncio a un libraio un’imminente nuova silloge di racconti in Nuovelettere, quello mi risponde: «Fantastico! Peccato che i racconti non si vendono».

Antonio Moresco, GLI ESORDI

[Appendice edizione Mondadori]

Non voglio parlare qui di quanto avveniva intanto dentro di me, perché neanch’io credo al valore aggiunto del dolore personale nel determinare la forza di un’opera, anche se a volte non è cosa avulsa da questa e dalla lotta per portarla a termine e sembra quasi fare un tutt’uno con essa. Persino in questi tempi in cui i libri si fanno notoriamente “da sé”, come ci hanno spiegato una volta per tutte i nuovi arcadi tecnologici della letteratura, senza abrasione, senza dramma, senza prezzo, transgenetici, senza più fastidiosi diaframmi soggettivi non completamente domati, orizzontalizzati, normalizzati. A me è evidentemente negata questa perfetta sanità dei morti, o degli apparenti vivi.