Editor sì, editor no

Da un articolo di Mario Baudino su «La Stampa», datato ma ancora attuale

La parola suona tecnica e misteriosa, ma tutti coloro che frequentano la scrittura, l’editoria, i libri, la conoscono bene. Si tratta dell’editing: e cioè quella procedura per cui, consegnato un manoscritto, qualcuno comincia a fare le pulci all’autore: segnala le lungaggini, i punti morti, quelli dove si è invece tirato via. E poi le trasandatezze stilistiche, le ripetizioni, gli eventuali errori di grammatica o sintassi, insomma ciò che non va nel nostro capolavoro. L’editor è in teoria colui o colei che ci aiuterà a portare il libro all’altezza delle nostre aspettative. Figura benemerita? Non tutti sono d’accordo. […] La critica Carla Benedetti, per esempio, si è scagliata di recente contro questa pratica che «pastorizzerebbe» la letteratura in funzione commerciale, mettendola al servizio del mercato. Poi si leggono i libri, e sorge il dubbio che il problema sia un altro. Non sarà per caso un falso bersaglio, questo editing in via di estinzione?

[…] Anni fa, quando uscì Seta, il best-seller di Alessandro Baricco, ci si accorse solo con notevole ritardo che l’autore lasciava «sfarfallare» i bachi, cosa che non deve assolutamente avvenire perché il bozzolo si squarcia e non se ne può più ricavare il pregiatissimo filo. L’elenco delle sviste e, al proposito, sterminato, da Asor Rosa che scrive Curzio Maltese invece di Curzio Malaparte nella sua celebre Storia europea della letteratura italiana, a George Steiner che in Una certa idea di Europa si vede tradurre il titolo di una celebre poesia di Rilke, Arcaico torso di Apollo, in «antico busto»: per non parlare di Eugenio Scalfari che nella prima edizione di Alla sera andavamo in via Veneto aveva commesso alcuni errori di francese, sbertucciati all’epoca da Mario Cervi. La recente ristampa li ha riproposti tali e quali. […]

Anche Il codice da Vinci di Dan Brown rigurgita, fin dalla prima edizione, di errori e sviste d’ogni tipo, e non è detto che la cosa sia meno grave per il solo fatto che si tratta di best seller scritto comunque malissimo. C’è stato un tempo in cui Vittorini e Calvino tenevano inchiodati gli autori anche per anni, magari su una frase. O, episodio celeberrimo, c’è stato un editor che ha inventato Raymond Carver, costringendolo a scrivere frasi brevi ed elementari, quasi violentandolo, e facendone il padre del minimalismo. Si chiamava Gordon Lish, e sul nome ancora ci si scontra: Carla Benedetti, per esempio, lo considera il vero pericolo, il modello da evitare, il padre di tutti gli editor che uccidono la letteratura. Data la situazione, ha ancora senso discuterne? Ebbene sì, risponde Ferruccio Parazzoli, romanziere e funzionario editoriale, storico editor della Mondadori. «A patto di metterci d’accordo sulla parola. C’è un editing “principale”, che si rivolge alla struttura del testo, e un altro che potremmo definire lavoro di redazione. Quest’ultimo riguarda le piccole imperfezioni, le scelte lessicali, le sviste, e si continua a svolgerlo con molta acribia, all’interno o all’esterno della casa editrice. Può accadere che qualche volta il lavoro non sia svolto alla perfezione, ma questo non inficia il principio. L’editing principale, che è invece importantissimo, si fa quando ne vale la pena». Parazzoli è convinto che l’editing dovrebbe essere sempre letterario: «Anch’io sono contrario a quello “uniformante”». Ogni buon libro ha diritto a un suo editing particolare, dedicato. […]

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...